venerdì, 17 Settembre, 2021
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A Napoli la sfida si può vincere ma le correnti danneggiano il Pd

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“E se alfin l’amato Letta/ poi domani non accetta?/ se continua scena muta/ e alla fine poi rifiuta?/ Se ci pensa ancora un po’/ ed infine dice no?/ Non c’è più alcun salvamento/ si va verso scioglimento!”. Questo un po’ sgangherato calembour circolava nel “Popolo democratico” nelle ore successive al drammatico “Vergogna” lanciato sul suo partito dal segretario Nicola Zingaretti: un po’ sgangherato, dicevo, ma esattamente corrispondente alla sensazione che quel popolo viveva. Ma come si era giunti a quel punto? Cosa aveva logorato il capo politico di un gruppo così centrale nella storia e nella vita del Paese fino ad una scelta così improvvisa e traumatica? Adottando quelle forme e quel linguaggio?

Credo che, oggi, eludere la risposta a questa domanda sarebbe una scelta che, come un eterno giro di Monopoli, ci porterebbe a quello stessa casella del “Via” da cui per ora siamo riusciti a ripartire, con quel metaforico segnaposto che sempre preferivo, la nostra candela. Proviamo allora a costruire una risposta, a leggere alcuni passaggi, nazionali e territoriali, che potrebbero spiegarci le dinamiche, le tensioni che hanno attraversato il Partito democratico fin dalla sua formazione. Il primo: 7 segretari in 14 anni sono l’evidente segno di una mancanza di stabilità e “serenità”, e quindi di una linea politica strategica in grado di orientare una comunità ancora fortemente radicata sul territorio, che avrebbe dovuto, nello stesso periodo, saldare un rapporto di comune visione e lotta politica fra le grandi anime popolari che cercavano la fusione. Un momento dunque di oggettiva delicatezza, cui ha risposto, spesso, un grado alto di soggettiva irresponsabilità.

Quattordici anni di (largamente) prevalenti sconfitte (o non-vittorie!) elettorali, tranne le europee del 2016, che avevano fatto illudere tutti di aver trovato un leader. Poi la “notte dei lunghi coltelli” del 26 Gennaio 2018, in cui, in nome della rottamazione, quel leader, Matteo Renzi, sceglieva di costruire liste elettorali riempiendo le caselle “sicure” con uomini “suoi” (“Abbiamo escluso nomi eccellenti? Il ricambio e il rinnovamento sono cose fisiologiche”), così mortificando una corretta rappresentatività della dirigenza del partito. E, a Napoli, dieci anni di sconfitte elettorali, di irrilevanza nel governo del territorio comunale e metropolitano, di mortificanti commissariamenti, di emarginazione e subalternità di un gruppo che aveva smarrito il proprio ruolo, salvo alcuni capisaldi che mantenevano alta la vitalità di un simbolo. E soprattutto, in questo territorio (ma forse non solo) è avvenuta una progressiva frammentazione interna, un affievolimento del comune sentimento politico, una suddivisione nelle famigerate “componenti” per cui, ad esempio, abbiamo assistito, nelle ultime elezioni amministrative, addirittura a candidati sindaci sotto il simbolo del Pd che vedevano, nel palco di fronte, rappresentanti del proprio partito in appoggio a quelli avversari.

Un paradosso, dunque, determinato dalla formazione di luoghi di accentrato consenso elettorale giocato in proprio, senza un possibile riconoscimento legittimo rispetto al ruolo ricoperto, che ha reso irriconoscibile, spesso, la stessa linea politica del Pd. Una lettura drammatica della realtà? Lenti nere calate sugli occhiali usati per quella lettura? Ovvio: chi scrive sta vivendo un ruolo nel partito che non avrebbe mai pensato di ricoprire se non fosse convinto che esiste una vitalità, un entusiasmo, una spinta a far vivere una comunità di sentimenti forti, di idee lucide, di passioni sincere, di un’ansia di affermare le idee progressiste di giustizia sociale e diritti civili da conquistare e migliorare in un percorso democratico. E non avesse constatato che ancora oggi è esattamente questa la realtà di questo partito, che di quelle torsioni sta tentando di liberarsi, con l’idea di far esprimere a ciascuno dei nostri dirigenti le proprie potenzialità nell’interesse comune del gruppo. Salvo a verificare qualche coazione a ripetere i propri errori, quando ad esempio, il capogruppo al Senato, alla richiesta del neosegretario di un avvicendamento “di genere”, ha prima resistito, poi preteso che avvenisse all’interno della propria “componente”. Componenti che poi, proprio l’altra sera, Bianchi e Maccox, in Propaganda Live, hanno sbeffeggiato, enumerandole e disegnandole come elementi di incomprensibili divisioni e opaca gestione del potere.

Dunque, ci dice Letta: “Hic Rhodus, hic salta”; “Non ho lasciato quel mondo affascinante e libero che mi ero costruito in questi sette anni per venire a perdere con il partito che ho contribuito a creare, ho intenzione di vincere, e per farlo ho bisogno di un partito unito”. Consapevole che il diluvio è stato appena sfiorato; che siamo finiti ad un passo dal baratro, e che quel passo i nostri circoli, la nostra comunità in tutte le sue espressioni democratiche non intendono farlo, ma vogliono al contrario invertire la marcia, pretendendo il rispetto del proprio slancio, dei propri ideali e delle proprie passioni. E questa inversione sarà tanto più rapida, tanto più incisiva, tanto più definitiva, quanto più quei pezzi di società, quegli uomini e quelle donne che ci hanno girato le spalle, vinti da delusioni o indifferenza, torneranno a lavorare con noi. Un Partito democratico generoso, utile ed inclusivo, con un’unica componente: il Partito democratico. Un sogno? No, credo di no.

Fonte: https://napoli.repubblica.it/cronaca/2021/03/28/news/pd_napoli_correnti_letta_zingaretti_sindaco-294138640/?rss

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