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Alessandra Vinciguerra: “Giardini La Mortella, il mio luogo dell’anima grazie a lady Walton”

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Non esistono storie che non nascano da una scintilla d’amore o di passione. In questa s’intrecciano anche la musica, nella sua accezione più alta, e la natura, alberi maestosi e variopinte orchidee, in un giardino incantato su un’isola, ché sembra l’incipit di una favola. È una storia di affinità elettive: sono quasi sempre gli incontri a cambiare i destini avvicinandoci ai sogni.

Alessandra Vinciguerra incontrò lady Susana Walton, già adorata moglie di Sir William, nel 1997: i Giardini La Mortella, a Ischia, avevano aperto al pubblico da cinque anni. “Ci fu una connessione immediata, come se due anime affini si riconoscessero. Ero lì per organizzare una mostra sui Giardini Italiani, non feci in tempo ad andarmene che quella straordinaria e carismatica signora argentina trapiantata a Ischia per coronare un sogno d’amore mi chiese di diventare il suo braccio destro. Come se avesse avuto una visione”.


Sotto il tiepido sole dell’inverno ischitano spunta un’inattesa primavera, nei ventimila metri quadri dei Giardini La Mortella. La colorano il blu del rosmarino, che percorre i muretti a secco panoramici, le mille sfumature delle aloe e ancora le variopinte corolle della grevillea, il cosiddetto “fiore di ragno”, e dell’australiana banksia. Aceri giapponesi esibiscono “mise” fiammanti, qui il tempo segue logiche irrazionali, epperciò bellissime. Lei, Alessandra Vinciguerra, è l’elegante presidente della Fondazione William Walton e direttrice dei Giardini. Si occupa personalmente dell’orticoltura, della botanica e della progettazione, sovrintende ai programmi culturali ed educativi, all’amministrazione.
“Ma questa – dice – è soprattutto la mia casa”.

Quando ha capito di avere il pollice verde?
“Da piccolissima, come ho scoperto dai racconti di mamma. Più che alle bambole, mi dedicavo alle talee dal terrazzo della mia casa di Latina: da una pianta, mi dicevo, ne farò nascere altre. E combinavo disastri. A quattro anni lessi “Il Giardino Segreto”, mi si illuminavano gli occhi. Ai tempi del liceo, divenni guida volontaria dei Giardini di Ninfa, dove iniziai a catalogare le piante. Dalla passione al lavoro: d’estate andavo in Inghilterra per giardini e non mi capacitavo di come in Italia non esistesse la figura del manager del giardino. Qui, o facevi ricerca o eri semplicemente giardiniere”.

Qualcosa è cambiato.
“Sono stata in un certo senso una pioniera, diventando direttrice di un Giardino. Il settore si è strutturato, benché non ci sia ancora un corso di studi dedicato. Ci si arriva attraverso varie strade: dalla biologia alla storia dell’arte, passando per l’architettura”.

E come è cambiato il contesto?
“Profondamente. Oggi il visitatore è attento e preparato. Non è un turista passivo. Sta cambiando anche il nostro rapporto con il verde: vogliamo riappropriarci della natura. Lo noto anche a Napoli: sempre più associazioni si rimboccano le maniche recuperando angoli abbandonati, piantando alberi e piante. Un fenomeno che fa sperare”.

Il bicchiere è mezzo pieno, dunque?
“Il disamore delle amministrazioni per il verde si è tradotto in situazioni di degrado: oggi l’attenzione all’ambiente del cittadino indirizza sempre più il mondo politico. Si potrebbero creare itinerari alla scoperta dei cortili e del verde nascosto di Napoli, valorizzare aree come Posillipo e la Villa Comunale. Il rilancio del Bosco di Capodimonte è un bell’esempio, ma la strada è ancora lunga”.

Lei si sente ischitana?
“Molto. Sono innamorata di Napoli e sono ormai un’isolana acquisita, indulgente nei confronti di quel che ho imparato a riconoscere come il grande amore di una vita, benché Ischia accolga spesso formalmente il forestiero, senza stringerlo facilmente in un reale abbraccio.
L’isola ispira la voglia di curare: verde, relazioni, bellezza”.

Ecosistema fragile, in quanto isola, vero Vinciguerra?
“Non ha più senso aprire al turismo di massa, quello degli ultimi decenni, flussi che ragionano in base all’offerta economicamente più bassa. Bisogna piuttosto puntare a un turismo consapevole e colto, direi curioso. Per farlo, occorre puntare sempre più sull’area marina protetta e sulla qualità. E mica soltanto a Ischia”.

Crede che la pandemia abbia cambiato il nostro modo di rapportarci con l’ambiente?
“Il mio è un osservatorio privilegiato, che attrae persone in cerca di bellezza. E qui, dopo i primi lockdown, arrivava gente desiderosa di ritrovare il rapporto con il verde, divenuto prioritario. Di contro, la pandemia ha esasperato le polarizzazioni: tutti contro tutti. Ma chi lavora con le piante, non può che essere ottimista”.

Vive in una casa atipica, in un Giardino con migliaia di specie botaniche. Che effetto le fa, d’inverno?
“Amo la solitudine, aiuta la creatività e controbilancia lunghe estati di relazioni. Questo luogo sprigiona energia: Susana volle che a costruirlo fossero gli ischitani, con la tecnica della “vattuta e ll’astreche”. Ho convissuto con lei, prima che morisse, nel 2010. Sono entrata nel flusso energetico di questo luogo. Lei mi diceva: io sono l’inizio, tu sarai la tappa successiva”.

In che senso è un luogo che sprigiona energia?
“L’architetto Russell Page, che progettò i Giardini, disse che non aveva mai visto crescere le piante così bene. C’entra la natura vulcanica del sottosuolo, ma ci sono anche vibrazioni particolari. Ce lo dicono tutti: qui si percepisce qualcosa di diverso. Questo non è un Giardino malinconicamente romantico, ma vivo e rigoglioso”.

Complici, chissà, gli echi di una storia d’amore d’antan.
“Sir William è stato un grande compositore, viene continuamente riscoperto. Si innamorò di Susana durante in Argentina. Le donne gli si gettavano ai piedi ma lui fu abbagliato: vide in quella ragazza la donna della sua vita. E la portò in Europa. Si sono amati nell’effervescenza della loro creatività: la musica per lui e la natura per lei, che ha creato pianta dopo pianta questa meraviglia. Non credo esista qualcosa di più romantico”.

Qui avete avuto ospite anche il principe Carlo.
“Era il 2002, alle sei del mattino lavavo una per una le foglie delle alocasia, le orecchie di elefante, perché gli uccelli avevano lasciato dei “ricordi” notturni. Poi arrivò lui: faticò a star dietro all’energia di Susana durante la visita, in giro per il Giardino. Amò la cucina ischitana, ma dovette trattenersi”.

Oggi La Mortella porta avanti il desiderio di Walton: aiutare i giovani talenti musicali.
“Ospitiamo orchestre giovanili, incoraggiamo i giovani. Restano tutti sbalorditi dalla suggestione del luogo: potersi esibire in questo contesto, ci confessano, è già un grande privilegio”.

Esiste un conflitto tra l’elegante sacralità dei Giardini e la maleducata invasione degli smartphone?
“Sempre più persone guardano attraverso il filtro del proprio telefonino, rinunciando all’esperienza reale, che qui è immersiva. Ma resiste ancora una nicchia che preferisce portarsi un libro, staccando dalla frenesia della nostra quotidianità”.

Fonte: https://napoli.repubblica.it/cronaca/2022/01/02/news/alessandra_vinciguerra_giardini_la_mortella_il_mio_luogo_dell_anima_grazie_a_lady_walton_-332459909/?rss

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