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“Chi ha paura di Virginia Woolf” al Teatro Bellini: si esce con la voglia di rivederlo presto

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Napoletani che amano il teatro, e non soltanto quello di consolazione o di risata saggiamente costruito tanto per trascorrere un’oretta senza pensare, hanno dieci giorni di tempo per andare al Teatro Bellini a vedere l’ultima messa in scena (in ordine di tempo) di “Chi ha paura di Virginia Woolf”, celebre, mitica commedia di Edward Albee costruita questa volta, e con geniale architettura, dal regista Antonio Latella per quattro strepitosi attori: Sonia Bergamasco, Vinicio Marchioni, Ludovico Fededegni e Paola Giannini.

Sono in scena per nostra fortuna, insieme come per un esaltato e complesso percorso, nei doppi, o tripli e comunque numerosi segni e sentieri che questa commedia offre, tanto al loro talento di attori quanto alla nostra attenzione di spettatori. Merito grande di questo bel gruppo al lavoro e del Teatro Stabile dell’Umbria che, con il contributo speciale della Fondazione Brunello e Federica Cucinelli, ha prodotto lo spettacolo, e merito certo di Albee che ce ne diede in anni lontani l’inquieta e inquietante bellezza. Anni lontani.

Era il 1963 quando la vedemmo per la prima volta e ne fummo feriti. La mise in scena Franco Zeffirelli, ne furono interpreti Sarah Ferrati, Enrico Maria Salerno, Umberto Orsini e Manuela Andrei, e fu un sussulto meravigliato e per qualcuno anche un po’ fastidioso, o almeno sorpreso. Tanto quell’America lontana e avida, instabile e fragile, compromessa e dolente ci sembrava lontana. Gli attori in scena l’altra sera, e gran parte del pubblico in sala, nemmeno erano nati quell’anno, e quell’avidità feroce, quella morale fragile, quell’affetto insicuro, se li sono trovati davanti invece già forti.

Così ho visto lo spettacolo bello di oggi senza alcun riferimento o rimpianto per quello di ieri, come è sempre giusto fare. E nemmeno per qualcuna delle altre messe in scena di altri, registi ed attori di talento, che nel tempo ho amato comunque. Perché la commedia crudele di Albee ha cui ho assistito, che mi ha commosso ed ho applaudito convinto, è avvincente come raramente accade. E mostra in filigrana il disegno evidente di un tempo che si adatta e aderisce al corpo, alle voci, ai gesti di questi quattro attori a dirci della notte dell’incontro cattivo, dell’ubriachezza, della conoscenza, dell’amicizia bugiarda tra coppie distanti nell’età ed eguali nei sogni di successo, svenduti e carichi di compromessi non rivelabili se non nell’ubriachezza che può cancellarli al risveglio.

Rinchiusi nel salotto che un tempo fu living borghese e che la scena di Annelisa Zaccheria rende lussuosamente inaccogliente, sono intenti a tramestare con bicchieri da riempire e vuotare con disperazione, a dirsi cattiverie vomitandosi addosso un loro passato piuttosto ignobile e comunque non meno di quanto lo sia il loro agognato futuro. Col tormento delle parole e il rimprovero della musica suonata al pianoforte, come fosse un grido o un insulto. Con l’angoscia di figli inventati o fatti scomparire per cancellarne l’impiccio. Con la fragilità di giovinezze svendute al successo di non si sa cosa. Con la notte che sembra non finire mai. In poco più di tre ore di spettacolo che volano invece come fulmini e si fermano come un tormento.

Santo cielo, che enorme lavoro deve a ver fatto Antonio Latella, certo aiutato da Linda Dalisi che, come sempre, gli firma la drammaturgia su cui costruire, insieme a cancellare geografie e segni connotanti e passaggi obbligati, per restituirci quella notte e affidarla ai suoi attori. Come uno specchio senza tempo o confini, che nemmeno deforma, ma restituisce ansie tenute ben serrate e uscite fuori come per un’esplosione disperata, addirittura ironica a volte, appassionante come un thrilling, emozionante e commovente nella furia tremenda e vorticosa delle bugie e dei compromessi miserabili. Svelati tutti nei passaggi obbligati e inattesi delle ore dell’ubriachezza. Precipitati di corsa verso quelle della disperazione e dello smarrimento, fiducioso di una qualche tenerezza, richiesta in un sussurro che rivela e nasconde qualcosa di infantile e disperato, d’adolescenze mal vissute. Necessarie però come il figlio inventato ed ucciso nel gioco segreto di un presente collettivo acre come un rimorso.

Il pubblico trattiene il respiro davanti alla furia selvaggia della Martha di Sonia Bergamasco, osserva irritato la insopportabile correttezza crudele del George di Vinicio Marchionne, ammira la seducente sicurezza del Nick di Ludovico Fededegni, sorride alla scimunita cattiveria di Paola Giannini. Elegantissimi nei costumi/abiti pensati per loro da Graziella Peppe, son esempi colorati e seducenti di realtà sfuggenti e presenti. La bella e rapida traduzione di Monica Capuani, le musiche e il suono in sussulti di Franco Visioli, le luci di Simone De Angelis, vanno citati perché preziosi nell’architettura dello spettacolo. In qualcuno rimane grande la voglia di rivederlo ancora ed applaudirlo. C’è tempo, ripeto, fino a domenica 13.

Fonte: https://napoli.repubblica.it/cronaca/2022/02/03/news/chi_ha_paura_di_virginia_woolf_al_teatro_bellini_si_esce_con_la_voglia_di_rivederlo_presto-336322058/?rss

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