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D’Annunzio e Scarpetta: la storia del processo del secolo

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“A querela, ‘o pruciesso, ‘a parudia, / tutt’ ‘e magagne e tutt’ ‘e nfamità… / veramente me l’avesse sunnato / e che mò, miez’a buie, me so scetato?”. All’indomani della sentenza sulla parodia teatrale di “La figlia di Iorio”, che nel marzo del 1906 lo aveva visto prevalere su Gabriele D’Annunzio, Eduardo Scarpetta la commentò nel modo a lui congeniale: un divertente sonetto intitolato ‘A causa mia, che declamò agli invitati del banchetto nel Caffè Calzona. “Qui rido io”, poteva finalmente rivendicare. Del resto il presidente del Tribunale di Napoli, Adolfo Giaquinto, nella motivazione lo aveva sottolineato: “D’Annunzio vuol destare sentimenti di dolore e di terrore; Scarpetta giovialità e riso”, per cui risultava del tutto infondata l’accusa di riproduzione abusiva della tragedia dannunziana “La figlia di Iorio”. Quella di Scarpetta (“Il figlio di Iorio”) era nient’altro che una parodia, come le precedenti parodie scarpettiane: quella della “Bohème” aveva fatto divertire lo stesso Puccini, e ” La geisha” di Sidney Jones fu accolta trionfalmente alla “prima” del Teatro Valle di Roma, dove aveva fatto il suo esordio un “giapponesino” di quattro anni, Eduardo De Filippo.

Questa volta, però, c’era di mezzo il Vate, per molti italiani (e lo stesso Scarpetta) il più grande poeta nazionale vivente, e a nulla erano valse le sostanziose modifiche al testo originale. Né era servito il gesto di cortesia da parte di Scarpetta, che per ottenere l’autorizzazione di D’Annunzio si era recato nell’agosto 1904 nella sua villa a Marina di Pisa. Il poeta si era mostrato tiepido ma non ostile al progetto di Scarpetta, come rievoca quest’ultimo nel 1922 nel libro di memorie “Cinquant’anni di palcoscenico”; ma più realisti del re furono gli esagitati fan di D’Annunzio, che alla “prima” del Figlio di Iorio, il 3 dicembre 1904 al Mercadante inscenarono un’indegna gazzarra, che indusse la direzione del teatro a sospendere le repliche. Per Scarpetta, abituato a platee osannanti, fu uno choc, ma il peggio doveva ancora venire. Una settimana dopo, il direttore della Società Generale degli Autori sporse querela a nome dello stesso D’Annunzio, rivelando una strategia preordinata, e nominò come periti di parte tre prestigiosi artisti napoletani. “I miei cari e buoni amici”, li definirà ironicamente Scarpetta nelle sue memorie: Salvatore Di Giacomo, Roberto Bracco e Giulio Massimo Scalinger.

A difesa di Scarpetta si schierarono un agguerrito collegio di avvocati e, come periti, due intellettuali altrettanto illustri: Benedetto Croce e il critico siciliano Giorgio Arcoleo, l’allevo più brillante di Francesco De Sanctis. Con questo parterre il processo ebbe un’eco planetaria (con la stampa italiana più favorevole a D’Annunzio, quella americana e il francese “Le Figaro” pro-Scarpetta) e una valenza epocale: per la prima volta un tribunale era chiamato a esprimersi su temi, ancora oggi stringenti, come la libertà dell’artista, il diritto d’autore, il limite della satira. “Delitto di parodia”, come il titolo dello spettacolo andato in scena con successo nel 2008, per la regia di Francesco Saponaro. E come non ricordare la geniale trovata di Ugo Gregoretti, che nel 1985 mise in scena sia “La figlia di Iorio” che la parodia di Scarpetta, affidando agli spettatori l’ardua sentenza?

Il processo vero, sovvertendo i pronostici, lo vinse Scarpetta, grazie soprattutto agli interventi di Croce e Arcoleo e alla determinazione dei suoi legali, uno dei quali, Francesco Spirito, non esitò a definire D’Annunzio “vate dell’incesto” e “inventore di lascivie”. La sentenza, scrive un giornale dell’epoca, “fu accolta da fragorosi applausi e il comico napoletano fu sollevato di peso dai suoi amici e trasportato fuori dall’aula fra acclamazioni”. Ma la gioia più grande la regalò a Scarpetta il napoletano più famoso nel mondo, Enrico Caruso, che in una lettera molto cordiale gli chiedeva due copie del Figlio di Iorio, per poter “ammirare questo lavoro che tanto chiasso suscitò sui giornali del mondo intero”. Anni dopo, persino la stampa fascista finì per ammetterlo: “Don Felice Sciosciammocca aveva vinto…”. Fonte: https://napoli.repubblica.it/cronaca/2021/09/07/news/qui_rido_io_martone_scarpetta_servillo_d_annunzio_processo-316804357/?rss

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