venerdì, 17 Settembre, 2021
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E se la scintilla per la Divina Commedia provenisse dalla Terra di Lavoro? L’affascinante ipotesi di uno scrittore ottocentesco

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E se la Divina Commedia fosse stata ispirata alle visioni di un vecchio frate? E se il sommo poeta avesse fatto tesoro di alcuni “suggerimenti” per il suo straordinario scritto, magari colti proprio durante un suo ipotetico viaggio verso Napoli? Teoria affascinante, che suggestiona ancor più questo Dantedì, in omaggio ai settecento anni dalla morte del cantore di Paolo e Francesca. 

 La storia ce la racconta l’Archivio di Stato di Caserta in un suo status su Facebook dedicato a Tommaso Vitti, scrittore ottocentesco di Settefrati (comune oggi in provincia di Frosinone, ma allora ancora in Terra di Lavoro) che, nel suo “Scritti su Dante” (1891), ricostruisce la bizzarra ipotesi.

Chiariamo subito: è assai improbabile che il “ghibellin fuggiasco” abbia visitato Napoli. Esistono comunque due novelle di Giovanni Sercambi (scrittore di Lucca, attivo tra metà Trecento e inizio Quattrocento) che riferiscono invece di ben due suoi viaggi nei lidi partenopei, ospite della corte di re Roberto d’Angiò. Storie poco verosimili e, come ricostruisce l’Enciclopedia Dantesca Treccani, “inserite nel filone dell’aneddotica che si venne formando sulla persona e la vita di Dante”. Ma comunque sostenute da più studiosi in passato.

 Supponiamo, allora, che siano vere. E supponiamo che, durante uno dei suoi tragitti da Firenze a Napoli, lungo il passaggio obbligato della Via Latina, il poeta possa aver fatto tappa (cosa comunque assai improbabile, vista la sua appartenenza ai Guelfi Neri) all’abbazia di Montecassino.

Qui, suggerisce il Vitti, potrebbe aver avuto tra le mani il manoscritto delle memorie di Alberico da Settefrati (vissuto oltre duecento anni prima), riportate dal monaco benedettino Guidone. Le pagine trascrivono come nel 1110, all’età di 9 anni, Alberico fosse stato colpito da una malattia che gli causò nove giorni di incoscienza. Durante quello stato comatoso, il giovane ebbe vere e proprie visioni: sognò di un suo viaggio nell’Oltretomba, accompagnato dall’ “apostolo Pietro” e da due angeli.

Ipunti di contatto con la “Commedia” iniziano qui: nel saggio, Vitti evidenzia il disegno dell’Inferno narrato personalmente da Alberico, diviso in gironi abitati dai dannati, costretti al loro contrappasso. C’è anche il viaggio nei “cieli” del Paradiso, fino alla sede dei Beati. Ancora, è presente il Purgatorio, non riportato come l’isola iconica dalle sette cornici, ma come nome di un fiume. Soltanto le anime “leggere”, ossia con pochi peccati, riescono a superare indenni il ponte che lo attraversa.

I riferimenti sono numerosi. Tanto che la Deputazione Provinciale di Terra di Lavoro acquistò sessanta copie degli “Studi” di Vitti, da diffondere agli istituti scolastici.  In molti, negli anni, hanno appoggiato l’idea che la Divina Commedia avesse sublimato il sogno di Alberico (anche lui poi divenuto monaco a Montecassino): come se Dante, poco prima di arrivare a Napoli, fosse stato folgorato da quel racconto così ricco di particolari.

Ma negli ultimi decenni, più studiosi hanno ridimensionato l’affermazione. Piuttosto, la straordinaria opera di Alberico occupa un posto di rilievo (anche se piuttosto dimenticato) nel genere letterario di viaggi nell’Oltretomba, rappresentando il substrato culturale di credenze e tradizioni medievali su cui sarebbero nate le tre Cantiche più gloriose della letteratura mondiale.

Fonte: https://napoli.repubblica.it/cronaca/2021/03/25/news/e_se_la_scintilla_per_la_divina_commedia_provenisse_dalla_terra_di_lavoro_l_affascinante_ipotesi_di_uno_scrittore_ottocente-293791186/?rss

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