martedì, 28 Settembre, 2021
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E se l’Unità d’Italia fosse partita da Sud? “Tre capitali” e “qualche scudetto in più…”

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E se fosse nato tutto qui? E se la Spedizione dei Mille non fosse partita da Quarto verso il Volturno, ma viceversa? Insomma, cosa sarebbe accaduto se il Risorgimento avesse avuto come cardine Napoli e non Torino? Nel giorno celebrativo dell’Unità d’Italia, ci sbizzarriamo in un divertissement, venendo meno al primo comandamento di ogni studioso: proviamo a fare la Storia coi “se”. Chissà che Paese avremmo oggi, quale ordinamento, persino quale capitale se il primo re d’Italia fosse stato Francesco II di Borbone, con la sua battagliera consorte Maria Sofia di Baviera. Saremmo ancora una monarchia? “Probabile – dice Aurelio Musi, professore di Storia Moderna all’università di Salerno – Sicuramente né coi Savoia, né coi Borbone era in programma uno stato repubblicano: se l’unità d’Italia fosse partita da sud, avremmo avuto una corona, molto probabilmente federativa”.

Non che nessuno ci avesse mai pensato: “Molti patrioti liberali – prosegue Musi – avevano rivendicato la legittimità che un regno come quello meridionale, fondato dai Normanni nel 1130, avesse tutti i titoli per unire tutta la penisola italiana. Ma troppe variabili non collimarono”. Il professore non si sbilancia, ma si lascia andare ad un’ipotesi: “Dovendo fare fantapolitica – scherza – Magari avremmo avuto tre concapitali, come si parlava già a fine Ottocento, tre città rappresentative di nord, centro e sud: Milano, Roma e Palermo. Provate a immaginare i relativi risvolti storici, politici e sociali”.

Fantapolitica, certo: la distopia di un’Italia coi gigli dei Borbone nel tricolore è difficile anche solo da immaginare. “No, guardi – insiste Musi – è proprio impossibile: un re di quella dinastia non avrebbe mi potuto essere a capo della nazione: occorreva un personaggio amico degli Stati stranieri, in armonia con la politica, gli ideali di libertà che circolavano”. Verissimo. Ma se, invece la corte partenopea avesse recepito le aspirazioni giacobine trasmesse dalla Rivoluzione napoletana del 1799 (piuttosto che soffocarle nel sangue) facendosi portavoce di una nuova politica internazionale? Se avesse tenuto conto delle teorie dei suoi più raffinati intellettuali liberali, senza condannarli ed esiliarli dal regno? “Beh – ammette Musi – in tal caso sarebbe cambiato tutto. Ma, ripeto è impossibile”. Troppo complicato portare uno storico serio nell’affascinante mondo delle teorie alternative.

Ma ci si può provare con l’aiuto di un eccellente scrittore, Maurizio De Giovanni. “Sarebbe un’idea molto interessante per un romanzo – afferma – diciamo così: se l’unità d’Italia fosse partita da sud, certamente oggi avremo un’ottantina di scudetti in più”. E aggiunge, ridendo: “Con due squadre in Champions League stabili: Napoli e Palermo”. Per non parlare dell’economia: “Nel meridione fiorirebbe un’industria all’avanguardia, case editrici e discografiche, una creatività sempre foraggiata. Certo – ammicca – magari dovremmo affrontare una ‘fastidiosa’ immigrazione dal nord, che ancora dovremmo fronteggiare costruendo muri, come qualcuno ha suggerito”.

Scherzi a parte, per De Giovanni sarebbe un’Italia diversa, con dinamiche opposte, ma comunque simili alle polarità oggi: “Sono sicuro, però – specifica – che anche nel caso di un trionfo borbonico oggi avremmo la Repubblica. Ma non sarebbe stato male avere i nostri Harry e Meghan, tutti in chiave napoletana”. La Storia avrebbe avuto sorti totalmente diverse: addio Camicie rosse, addio incontro a Teano, Pietrarsa nuovo polo industriale internazionale, niente Questione Meridionale, addirittura niente brigantaggio. O, forse, un brigantaggio inverso, con le orgogliose popolazioni emiliane, lombarde e piemontesi contro l’invasore napoletano.

Una cosa è certa: se è acclarato che lo Stato borbonico era meno reazionario e arretrato di quanto si creda, è pur sempre vero che comunque non era al passo coi tempi. Preferì, istituzionalmente, chiudersi alla “fiammata rivoluzionaria” intercontinentale, sopprimere ogni impeto di libertà e, soprattutto, non cedere, se non a tratti, alle richieste di una Costituzione, voltando le spalle ai suoi grandi pensatori intellettuali e pensatori. Come Francesco De Sanctis o Pasquale Stanislao Mancini, che furono spinti ad abbracciare la causa piemontese. “Negli anni del Risorgimento – spiega la storica Renata De Lorenzo, presidente della Società Napoletana di Storia Patria – il mondo meridionale espresse grande ricchezza intellettuale“. Basta ricordare i moti del 1820-21, di cui ricorre il bicentenario, che investirono anche queste terre. Michele Morelli e Giuseppe Silvati, portarono re Ferdinando I a firmare una carta costituzionale, fino all’elezione di un Parlamento napoletano. Che però il sovrano stesso abolì qualche mese dopo, chiedendo la cattura di tutti coloro che erano sospettati di cospirazione.

“Eppure Ferdinando – prosegue De Lorenzo – aveva accettato il riformismo proveniente dal Decennio Francese (che governò il regno in epoca napoleonica, prima che la Restaurazione ripristinasse tutti i precedenti equilibri), per una politica molto meno retrograda di quella proposta dal suo omologo in Piemonte, Vittorio Emanuele I. Si pensi al corpo delle leggi delle Due Sicilie, molto più evoluto rispetto a qualsiasi altro luogo in Italia, ma scarsamente applicato”. L’occasione di una ribalta per una nazione nuova da sud si perse in pochi anni: “I sovrani borbonici – sottolinea De Lorenzo – non vollero concedere carte costituzionali. Né i gruppi dirigenti al loro fianco seppero cogliere le opportunità di uno stato liberale”. Questa la causa della fine: “La corte si arroccò in ideali obsoleti, che non tennero testa alla fiamma rivoluzionaria che ardeva mezza Europa”. Nonostante circolassero da tempo, in tutto il sud, le idee figlie dell’Illuminismo, che prevedevano diritti per il popolo, niente più Stati con diritti feudali o settori privilegiati, maggiore disponibilità dei Beni demaniali. La cosa non funzionò coi Borbone, se non a singhiozzi.

“Intorno alla metà dell’Ottocento – conclude De Lorenzo – gruppi carbonari e liberali, eredi del mondo murattiano a Napoli, puntarono concretamente a un discorso di unificazione nazionale. Ma Ferdinando II fu restio: temeva l’atmosfera rivoluzionaria, le sovversioni. Senza contare che l’intero contesto internazionale non favoriva la sua figura”. Così, il “Re bomba” come fu soprannominato dal popolo, soppresse con violenza le insurrezioni siciliane. E dopo un breve esperimento costituzionale, diede vita ad progressiva stretta in senso assolutista e conservatore. Il Risorgimento da sud non avvenne, è vero. Ma non era impossibile: c’erano risorse, cultura e potenzialità. Fu al trono che mancò il coraggio.

Fonte: https://napoli.repubblica.it/cronaca/2021/03/17/news/risorgimento_unita_italia_160_sud-292658822/?rss

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