sabato, 25 Giugno, 2022
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Gallerie d’Italia a Napoli, in quattromila il primo giorno: è subito boom per il nuovo palazzo dell’arte in via Toledo

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Quattromila visitatori, un primo giorno “dorato” come il corridoio in ottone che necessita di continue lucidature ma assai scenografico nel palazzo che Marcello Piacentini consegnò nel mese di maggio del 1940, il nuovo edificio progettato per i quattro secoli del Banco di Napoli che lasciò così Palazzo San Giacomo per trasferirsi tra i materiali pregiati come i marmi coloniali e le pietre dure come l’onice e l’alabastro in un edificio monumentale “moderno”.

(siano)

Sabato 21 maggio, primo dei due giorni a ingresso gratuito che Intesa Sanpaolo ha riservato ai napoletani per questa nuova sede delle sue Gallerie d’Italia, l’opera di Piacentini ha fatto il pienone. Il nuovo allestimento è stato curato dal’archistar De Lucchi. Fila al deposito borse, hostess agli ingressi e alle uscite per regolarle e dare indicazioni utili, folla anche nel bookshop: il pubblico dell’arte a Napoli è “orfano” di parecchi spazi dove era più piacevole trovare libri che non facendoseli consegnare dal corriere e non si è fatto scappare l’occasione. Qualche osservazione che si ripresenta: “Troppo scuro il corridoio delle dieci sale della collezione permanente”. E ancora: “Qualche tavola esplicativa in più sulle opere non guasterebbe”.

(siano)

Oppure: “I cartellini con i titoli non sempre si leggono”. Ci prova con la torcia del cellulare un anziano signore che vorrebbe poter dire alla moglie che il grande dipinto che spicca da lontano, alla fine dell’infilata di sale che ospita opere “Da Caravaggio a Gemito” è “Clara prima delle nozze” di un napoletano che fu spesso descritto come un torinese, Gustavo Nacciarone, un morelliano di fede che contribuì a introdurre Gemito nei circoli abbienti del suo periodo: un quadro che avevamo già visto nella mostra del 2020 “Napoli liberty”.

(siano)

“Non si può fare più luce – dice una persona, forse un custode – si rovinerebbero i quadri”. Ma la penombra forte è una modalità illuminotecnica che da qualche anno si ripete nelle mostre italiane. I visitatori del primo piano si autoregolano e non superano la ventina per sala, soprattutto anziani e famiglie con bambini in carrozzina. Ma i giovani ci sono, e si fanno vedere nelle sale del contemporaneo al secondo piano. Venerdì sono venuti a Napoli i vertici di Intesa Sanpaolo per inaugurare i nuovi spazi.

(siano)

Qualcuno si avvicina troppo al gioiello di famiglia di Intesa Sanpaolo, Il martirio di Sant’Orsola, e l’allarme suona, la barra metallica posta dinanzi al quadro per impedire visioni troppo ravvicinate sembra un inginocchiatoio di fronte all’eredità che Merisi lasciò all’umanità prima di andare a morire alla Feniglia. Un po’ più bassa sulla linea dello sguardo, rispetto alla vecchia collocazione di Palazzo Zevallos di Stigliano, Fernando Mazzocca, il curatore, l’ha voluta attorniata da Sansone e Dalila di Artemisia Gentileschi e dalla Giuditta che decapita Oloferne attribuita a Finson, preceduti per chi arriva alla fine della sala dal San Giacomo Maggiore di Vouet, l’Immacolata Concezione di Giordano e un’altra Giuditta spietata, attribuita al romagnolo Biagio Manzoni, citando un impressionante allestimento, quello della mostra “Caravaggio e Artemisia. La sfida di Giuditta” che si è tenuta nel 2021 a Palazzo Barberini, dove erano presenti entrambe le versioni dell’eroina che uccide il generale assiro ubriaco ora in questa collezione.

(siano)

Attira molto la temporanea al piano terra “Restituzioni 2022. Tesori d’arte restaurati” dove la soluzione delle “casette” evidenzia capolavori rendendo più facile la fruizione e l’illuminazione è migliore. “Manet è sempre Manet”, dice una ragazza sui 30 che si mette in fila per fotografare il “Ritratto di Michel Arnaud a cavallo”. Qualcuno torna indietro per vedere la grande Campana rossa di Luigi Mainolfi. “Hai visto questo? Non ti fa venire in mente il Paradiso di Dante?”, dice una madre a una figlia alla quale era sfuggito “Il sole” (sorgente) di Pellizza da Volpedo, che, più che dantesco, era per il pittore piemontese del Quarto Stato che lo scrive al collega Luigi Onetti, il simbolo del passaggio umano “dalla realtà informe, anarchica, verso una realtà organica… socialista!”.

(siano)

Più di uno viene attratto dalla “napoletanità” di un quadro di casa Praz dipinto da Vincenzo Abbati nel 1836 con la regina Maria Isabella di Borbone ritratta nel suo appartamento di Capodimonte tra mobili e vedute della città. Fonte: https://napoli.repubblica.it/cronaca/2022/05/22/news/gallerie_ditalia_in_4mila_il_primo_giorno_e_subito_boom_per_il_nuovo_palazzo_dellarte-350616740/?rss

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