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Il narcisista solitario che ricorre all’illusione della piazza sul web

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Il percorso moderno della solitudine ha inizio con Petrarca e con l’Umanesimo. È come un ventaglio che si apre sulle diverse forme di solitudine destinate a svilupparsi nei secoli successivi: la solitudine laica del dotto, la convivenza tra sociabilità, “civiltà delle buone maniere” e fuga dal mondo corrotto, la solitudine “ragionevole” di Montaigne e la solitudine malinconica barocca, il binomio solitudine-follia. L’aristocratica solitudine dell’intellettuale si presenta con volti diversi. Per Petrarca è una condizione di vita interiore che non esclude l’esercizio delle cariche pubbliche; per Leopardi il disincanto della vita consente solo due vie di uscita, il nichilismo o il trascorrere l’esistenza fra sognare e fantasticare. Per il primo la solitudine è la via per l’avvicinamento al vero. Per il secondo è la strada per allontanarsi dalla negatività del vero, del reale.

Dall’Ottocento romantico a oggi le diverse espressioni della cultura dimostrano che beata solitudine e maledetta solitudine sono sempre fra loro intrecciate. Accettazione dell’inferiorità, immagine della tessitrice solitaria dell’obbedienza al maschio e silenzio dell’ignoranza hanno caratterizzato la condizione materiale della donna in Grecia e a Roma, anche se non sono mancate le mogli e madri coraggio soprattutto nella storia romana. Il Medioevo ci ha presentato un panorama assai più ricco e composito fra eremite, mistiche, recluse e ribelli in fuga quasi sempre perdenti. E oggi? Quale è la condizione della solitudine contemporanea? Secondo fonte Istat, nel 2018 otto milioni e mezzo di italiani vivevano da soli. Tre milioni dichiaravano di non avere una rete di amici, di non avere confidenti né di avere persone alle quali rivolgersi in caso di bisogno. Un italiano su otto si sentiva solo. L’Italia è un paese di vecchi.

Tra i giovani italiani è in sensibile aumento il fenomeno dell’isolamento. I giovani che non escono di casa sono tanti. Su un campione di famiglie analizzato, il 57,85% ha un figlio in isolamento sociale di sesso maschile e di età media intorno ai venti anni. Quasi il 70% sviluppa forme patologiche associate al ritiro. L’hikikomori è una delle figure della solitudine contemporanea. Nata all’origine in Giappone, si è poi diffusa anche in Italia. Il giovane si rinchiude in casa e lì consuma la propria vita in solitudine, rinunciando a tutti i rapporti umani a eccezione di quelli mediati — e opportunamente distorti — dalla tecnologia. Altre figure della solitudine contemporanea sono i neet, i ni-ni e gli incel. I “neet”, acronimo di not in education, employment or training, sono i giovani che non studiano, non lavorano, non stanno imparando un mestiere. In Sudamerica i “ni-ni” (ni estudia ni trabaja) sono il serbatoio di reclutamento per le organizzazione criminali. Gli “incel” (involuntary celibate) sono in prevalenza giovani maschi eterosessuali che non riescono a trovare una partner e riversano la loro rabbia contro il genere femminile e gli uomini sessualmente attivi.

Si associano ad altri single frustrati e possono partecipare persino ad attività criminali e terroristiche. In chat discutono il loro odio per le donne. Oggi nella società di massa contemporanea prevalgono, dunque, le deformazioni patologiche della solitudine. Per fermare l’oscillazione del pendolo si ricorre all’illusione dei social media. In realtà essi costituiscono solo un’apparente e illusoria relazione fra i due poli: quasi sempre, attraverso quei media, si conoscono persone in una curiosa penombra, dove ciascuno può essere immaginato come il nostro fragile io lo vuole. Cioè l’altro diventa una pura proiezione dell’io, una creazione narcisistica a sua immagine e somiglianza.

Lo stato di solitudine come separazione e isolamento effettivi si aggrava: l’utopia di concepire l’altro come parte del sé e come un suo arricchimento non si realizza, il risultato è solo un ancor più solitario e separato ripiegamento narcisistico. La condizione di solitudine è accentuata dalla sensazione di vivere in un mondo fatto di frammenti, privi di passato, quindi di futuro, di memoria retrospettiva e prospettica. Solitudine vuol dire anche separazione, sradicamento dal prima, di cui ci si illude di essere riusciti a liberarsi, e dal dopo. Il tempo storico è vissuto attraverso quella che Nietzsche chiama «degustazione antiquariale»: il narcisista «guarda con occhio turistico, museale, i pezzi di storia che incontra sul suo cammino. Se vede una cattedrale medievale in una città europea, la fotografa per dire io ero qui, ma gli rimangono oscure le motivazioni per cui è stata edificata. Percepisce pallide tracce del passato soltanto in quanto bene di consumo, ammantato del glamour e del senso di autenticità di cui il presente appare sempre mancante». Ferraresi, da cui è tratta questa citazione, attribuisce la genesi della solitudine contemporanea all’individualismo moderno, che ha introdotto una «antropologia solitaria», una certa idea di libertà e di autonomia che ha finito per isolare ancor più l’uomo.

Il selfie è la rappresentazione allo stato puro del narcisista solitario. Si fotografa o si lascia fotografare vicino a una scultura fino a costo di provocare danni all’opera che gli interessa meno come prodotto artistico e assai più come attestato della sua compresenza con un essere inanimato: è l’oggetto-altro considerato come prolungamento del suo io presente. Ritornare a se stessim dunque. Imparare a stare da soli. Comprendere che la relazione con gli altri si può realizzare solo se si è capici di entrare nella propria intimità: intimus è infatt strettamente legato con “inter”: e l’interiorità non è solamento, ma connessione. Utili suggerimenti in questa direzione provengono dallo psichiatra e psicanalista junghiano Anthony Storr.

A svolgere la funzione emozionale nella condotta di vita solitaria è stato e può continuare a essere il rapporto con la natura: gli scienziati, attraverso quel rapporto, pervengono alla formulazione di teorie e leggi universali; gli artisti creano con le potenzialità della fantasia e dell’immaginazione, spesso immedesimandosi, metamorfosizzandosi negli oggetti della natura; tutti gli esseri umani, introversi ed estroversi, solitari e socievoli, devono nutrire interesse per la conservazione e la salvaguardia dell’ecosistema, oggi in pericolo. E forse è proprio l’ecosistema a vivere oggi la più pericolosa e maledetta solitudine.

Fonte: https://napoli.repubblica.it/cronaca/2021/03/03/news/musi_libro_solitudine_storia-290109788/?rss

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