martedì, 6 Dicembre, 2022
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La trappola dei tetti di spesa, sanità negata per i disagiati: “Saltano esami e trattamenti”

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In Campania la vita dura meno: i maschi fino a 78,4 anni e le femmine si fermano a quota 83,3, contro rispettivamente i 79,7 e gli 84,4 registrati dall’Istat in tutta Italia. Nella classifica siamo ultimi, dopo la Valle d’Aosta. Ci si ammala di più. E in tanti, troppi, sono costretti a rinunciare a curarsi. Dati certificati e amari da cui non si sfugge e che sono in peggioramento. Inesorabilmente, anno dopo anno. E non solo a causa della pandemia.

Nel viaggio di Repubblica emerge chiaramente un’assistenza sempre più simile a una groviera, si tappa una falla se ne scopre un’altra. Con la beffa di annunci trionfalistici, tipo il nuovo Santobono, dispendioso megaprogetto di cui si potrebbe fare a meno, visto che la sanità nostrana è in crisi.
Ma partiamo dalle prestazioni ambulatoriali, un settore della medicina territoriale che racchiude una miriade di voci: analisi del sangue, esami di laboratorio complessi, accertamenti specifici di genetica ( fondamentali per scoprire la genesi di alcuni tumori e le potenziali terapie da praticare), esami di alta diagnostica radiologica (Tac, Risonanza, Pet, scintigrafia). C’è chi deve aspettare quattro mesi per sottoporsi a colonscopia, tre per una gastroscopia, fino a cinque per una Rmn. Nel pubblico. Poi se paghi, allora fai tutto in giornata. E a seguire le visite specialistiche, anche queste cartine di tornasole della situazione carente, (in alcuni casi assente).

L’ultima batosta ha un nome singolare, “Tetti di spesa”, una definizione che non ha niente a che fare con gli assetti urbanistici, ma che si identifica nelle soglie massime di risorse che la Regione concede ogni anno ai centri privati-accreditati. Di quali strutture si tratta? Di quelle gestite da soggetti privati che, assicurando gratuitamente prestazioni specialistiche ai cittadini, saranno rimborsate dal Sistema sanitario regionale, secondo criteri specifici. Un ruolo irrinunciabile che sopperisce alle carenze del pubblico per oltre il 70 per cento e che risale addirittura alle mutue. Con un meccanismo di rimborso concepito nei primi anni ’90 (legge 502 del 92) è che è sempre lo stesso, solo che fino a dicembre funzionava così: ogni struttura (laboratorio, ambulatorio, istituto diagnostico e via dicendo) poteva contare su un fondo assegnato che prevedeva l’erogazione di un determinato numero di prestazioni.

Il budget doveva durare 12 mesi, ma storicamente a settembre si è sempre esaurito ( i “tetti di spesa”) lasciando i pazienti privi di assistenza per i tre mesi successivi. Oggi, pur con gli stessi (obsoleti e insufficienti) parametri di assegnazione, le risorse vengono distribuite ( è scritto nel decreto legge regionale 599 di dicembre 2021) non più alle cosiddette macroaree (branche specialistiche) ma alle singole strutture private accreditate, e mese per mese. Significa che ognuna riceve una determinata quota e che quando si sarà esaurita, non potrà più garantire prestazioni in convenzione. E oggi questo accade, non più a settembre- ottobre, ma alla fine dei primi 15 giorni. Osserva Antonio Salvatore, direttore del dipartimento sanità dell’Anci- Campania: ” In sostanza non è cambiato nulla, perché le risorse disponibili sono sempre le stesse.

Anzi se ne sarebbero avuti solo vantaggi se non fossero errati i criteri utilizzati dalla Regione per l’assegnazione dei budget alle singole strutture assistenziali. Semplicemente perché si basano sulla spesa storica e non tengono conto delle diverse capacità tecnologiche di ogni struttura e della specificità delle prestazioni che ognuna di loro è in grado di esprimere “. Non solo. Il guaio ( per i cittadini) è che quando, a metà mese, laboratori e ambulatori registrano il sold-out, si resta ancora una volta a secco di prestazioni: il medico curante prescrive un esame diagnostico ma il paziente che interpella una delle strutture accreditate riceve subito un rifiuto per “tetti di spesa superati”.

E allora? Si aspetta il mese successivo, con il rischio di ripetuti stop dovuti alle richieste precedenti non soddisfatte. Ed è così che comincia un’altra via crucis alla ricerca di un centro, semmai non qualificato per la prestazione necessaria, dove ci siano ancora disponibilità. Poi, in extremis, rimangono quattro soluzioni, una peggio dell’altra: mettere mano alla tasca ( per i fortunati che possono permetterselo), rivolgersi a strutture sanitarie di altre regioni, bypassare ogni ostacolo rivolgendosi a un grande ospedale (intasando, con un percorso scorretto, i pronti soccorso già pesantemente carichi di lavoro).

Oppure, ed è la più penalizzante conseguenza per la salute, rinunciare alle cure. Che significa ammalarsi in forma più grave ed aumentare la mortalità. C’è un peccato originale alla base della cronica, e adesso acuta, insufficienza delle prestazioni erogate: il budget non risponde alle esigenze. Ancora Salvatore: ” Siamo di fronte a una sottostima sistemica del fabbisogno, valutabile in circa il 40 per cento del numero di prestazioni finanziate dal Sistema sanitario regionale. E sa cosa comporta la sottostima? Che la gente è costretta, nel migliore dei casi, a rimandare la cura e che, in questo modo, si favorisce l’aumento della spesa privata delle prestazioni. In parole povere, la storia è sempre la stessa, ma conviene ripeterla: il cittadino che ha bisogno di una visita o di un esame diagnostico urgente deve pagare, foraggiando il privato ” . Ciliegina sulla torta, il Covid. Con i suoi effetti, anche a lungo termine, ha fatto lievitare enormemente la domanda di accertamenti di varia natura, dalla Tac alla risonanza e fino agli accertamenti cardiologici e alle analisi del sangue.

Fonte: https://napoli.repubblica.it/cronaca/2022/04/22/news/la_trappola_dei_tetti_di_spesa_sanita_negata_per_i_disagiati_saltano_esami_e_trattamenti-346404506/?rss

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