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L’archeologa Filigenzi: “Salvate Mes Aynak, la Pompei d’Afghanistan”

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“La tutela del patrimonio archeologico dell’Afghanistan è una chimera in questo frangente, ma ognuno deve fare la propria parte e noi siamo archeologi. A 40 chilometri da Kabul c’è un sito straordinario: un’altra Pompei che va protetta. Non si spengono i riflettori della storia in un Paese a rischio, anzi. L’Afghanistan occupava un posto di primo piano nella storia dell’arte, e arriverà un momento in cui il passato diventerà il futuro: università e istituti di ricerca non devono mollare”. Anna Filigenzi, docente dell’università L’Orientale di Napoli, guida la Missione archeologica italiana in Afghanistan dal 2004 e lancia l’allarme sullo scavo di Mes Aynak, 40 ettari.

Il sito giace su una delle più grandi miniere di rame al mondo, di cui una compagnia cinese ha acquistato i diritti per 30 anni. Lo scavo va avanti a fasi alterne dal 2009, il terrore e la confusione legati al ritorno dei talebani – a 20 anni esatti dalla distruzione dei Buddha di Bamiyan compiuta dagli stessi – preoccupano la comunità scientifica.

Direttrice, quando è stata l’ultima volta in Afghanistan?
“Nel 2019, ho preso parte a una missione Unesco per Mes Aynak, la comunità internazionale ha cercato di ridiscutere i termini dell’accordo con la compagnia cinese ma in un paese povero fa più presa l’idea del lavoro immediato in miniera che l’investimento a lungo termine dell’archeologia. Gli scavi sono sempre andati avanti con difficoltà. C’erano archeologi da tutto il mondo, poi la situazione è cambiata e sono rimasti solo colleghi afghani, noi collaboriamo a distanza”.


Ha sentito gli archeologi di Kabul in queste ore?
“Siamo sempre rimasti in contatto. Nessuno vorrebbe scappare dal proprio paese, tutto dipende da come evolverà la situazione. Sono persone a rischio e, se necessario, dovrebbe essere offerto loro tutto l’aiuto possibile. Molti ora si tengono prudentemente in disparte in attesa di vedere cosa accadrà”.

Statue e reperti sono a rischio?
“Intorno al sito ci sono sempre stati i talebani, è difficile dire cosa accadrà. Se hanno detto il vero, sarebbe loro interesse non devastare siti archeologici così importanti. Gli scavi potrebbero essere però depredati per il traffico illecito di reperti in questo momento. Non ho idea di quale sia la minaccia, spero che la situazione non sia quella che abbiamo visto con l’Isis”.


Cosa è riemerso da Mes AynaK durante gli scavi?
“Di tutto: reperti, pitture murali, frammenti di manoscritti. La fioritura maggiore del sito è compresa tra il terzo e il nono secolo dopo Cristo. Nella città ci sono tracce di insediamenti religiosi e civili, e di antica lavorazione del rame: il giacimento veniva sfruttato già nell’antichità. Il nostro lavoro è anche ricostruire cosa fosse l’Afghanistan nel passato. Un compito difficile perché qui il materiale è molto fragile: argilla. Ci sono poi numerosi materiali organici: legno con pigmenti intatti, sculture quasi integre ricoperte dalla policromia originale che prima potevamo solo immaginare. È un capitolo di storia ancora da indagare”

Non è l’unico sito da proteggere
“Ce ne sono molti. A Mes Aynak ci sono resti di grandi sculture, a Tapa Sardar (scavato dagli italiani tra gli anni ’60 e ’70) sono venute fuori opere colossali. Per noi che abbiamo un’idea di monumentalità legata alla pietra è difficile pensare a una “controparte” assolutamente paritaria in argilla. Si realizzavano allestimenti scultorei di oltre dieci metri d’altezza”.


Dove si trovano ora i reperti?
“In gran parte nel museo di Kabul, tutti inventariati e documentati. Ma le pitture murali ad esempio sono rimaste a Mes Aynak. Dobbiamo salvare questo patrimonio. Oltre alla conservazione fisica dei manufatti è importante la documentazione: la missione archeologica italiana ha cercato di digitalizzare tutto per non perdere la memoria dell’esistenza di queste cose. Il nostro dovere è lavorare su questo fronte e far conoscere un patrimonio che appartiene alla storia del mondo”.

Cosa possono fare le università in questo momento?
“Incentivare lo studio, aiutare gli studenti che sono lì o accoglierli altrove se necessario. Noi, come altri istituti, stiamo cercando di trovare un margine di flessibilità per le borse di studio anche grazie alla collaborazione tra i ministeri, una corsia preferenziale per gli studenti che hanno bisogno di lasciare il paese e continuare gli studi. Zemaryalai Tarzi, grande archeologo afghano, trovò accoglienza a Strasburgo e diede enorme contributo al suo paese”.

Ci sono altre iniziative in programma?
“Ricorre il centenario delle relazioni diplomatiche tra Italia e Afghanistan, avevo programmato i Budda di Bamiyan tra i temi del corso specialistico e una giornata di studi a L’Orientale, decideremo la data alla luce di questi nuovi eventi”

Fonte: https://napoli.repubblica.it/cronaca/2021/08/21/news/l_archeologa_filigenzi_salvate_mes_aynak_la_pompei_d_afghanistan_-314758523/?rss

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