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Leonardo Di Costanzo: “Negli anni ho imparato che il cinema non devi cercarlo: viene da te…”

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Nel sottotetto di un edificio dell’XI arrondissement a Parigi negli anni Ottanta sognava il cinema a occhi aperti. Leonardo Di Costanzo da unachambre de bonne, le stanze senza bagno riservate alla servitù francese nell’800 e poi abitate dagli studenti, ha scoperto che il cinema è una questione privata e insieme civile. E si intreccia con l’emotività e la prossimità.

(siano)

Lo sceneggiatore e regista ischitano, per anni documentarista, 64 anni, è appena stato consacrato alla 67esima edizione dei David di Donatello. Tra Paolo Sorrentino e Mario Martone, Di Costanzo da outsider è stato premiato per la sceneggiatura originale di “Ariaferma” con Bruno Oliviero e Valia Santella. Il film ha portato un David come miglior attore protagonista a Silvio Orlando. I due premi sono il tributo a oltre trent’anni di cinema vissuti da Di Costanzo con lo sguardo sul reale, tra l’Italia e la Francia, da “Prove di stato” nel ’98 a “Odessa” codiretto con Bruno Oliviero sulla nave ucraina abbandonata nel porto di Napoli negli anni ’90 o anche “A scuola” presentato nel 2003 alla Mostra di Venezia.

(siano)


Di Costanzo, le vicende dei microcosmi umani l’hanno sempre interessata?
“A Parigi ho imparato che il cinema non bisogna andarlo a cercare chissà dove, bisogna solo aguzzare lo sguardo. Mi ero appena trasferito, volevo fare cinema antropologico sulla scia della lezione di Jean Rouch, dopo essermi laureato all’Orientale. Nel 1987 quando frequentavo la scuola di cinema francese “Ateliers Varan”, vivevo in una stanza che mi aveva lasciato un’amica, tra République e Belleville, sul pianerottolo incontravo sempre un’anziana signora, Margot, con un uccellino: ho pensato di filmarla per il corto-saggio della scuola, così è nato “Margot e Clopinette”, storia di questa ottantenne ex cameriera che cura un uccellino claudicante. È stata una grande lezione, lì ho capito che per fare cinema non bisognava andare a cercare storie strane lontano, a volte è sufficiente un pianerottolo”.

(siano)


Il suo primo incontro con il cinema girato qual è?
“Sono stato un grande spettatore, andavo molto al cinema, al No, al Micro, all’Italnapoli o all’Adriano.
Prima di trasferirmi a Parigi, un’amica regista, Catherine Galodé, mi chiese di accompagnarla per Napoli a cercare dei trans per un ruolo da castrato: era il 1985, ancora in pieno post terremoto, scoprimmo tante cose ma non trovammo il trans, alla fine il ruolo lo fece un’attrice. Nel film recitava anche Lucio Amelio, era un cardinale protettore del castrato.
Nel 1991, poi, quando andavo e venivo da Parigi mi è capitato di ospitare a casa a piazza del Gesù un fonico olandese che lavorava sul primo film di Martone “Morte di un matematico napoletano”. Oggi le maestranze invece sono spesso napoletane, la formazione si sta facendo strada”.

E in effetti ai David c’è stata un’esplosione napoletana, tanto che Paolo Sorrentino ha registrato 16 candidature, Martone 14 e lei 11. E ha dato una festa lunedì sera prima del galà…
“Ci siamo divertiti molto, ci sfottevamo a vicenda, tutti napoletani: è stata una bella idea di Paolo e della moglie Daniela, un momento dissacrante e goliardico, per alleggerire l’attesa. Il cinema partenopeo è vario e prolifico”.

(siano)


Quando si è trasferito a vivere a Parigi per rimanerci 20 anni invece qui si produceva poco…
“Erano gli anni successivi al terremoto, c’erano ancora le ferite del dramma ovunque, non si conosceva ancora bene neanche il documentario nonostante avessimo maestri come De Seta o Piavoli, ma il fermento culturale era impressionante. Io lavoravo alTeatro Nuovo ai Quartieri Spagnoli, staccavo i biglietti e assistevo un po’ l’ufficio stampa, Sergio Marra: lì ho visto tanto teatro, mi sono formato, c’era molto dibattito. Avevo vent’anni, c’erano quelli del terzo teatro, Antonio Neiwiller, Annibale Ruccello. Martone portò a teatro “Tango glaciale”. Anni dopo ho incontrato in aereo Toni Servillo, mi salutò con grande affetto e mi confessò che quando c’ero io a staccare i biglietti, gli portavo fortuna…”.

Proprio Servillo con Silvio Orlando segnano il suo passaggio da 30 anni di documentario al cinema: com’è avvenuto?
“Non mi aspettavo di passare al cinema di finzione, ma un certo punto sono andato in crisi con i documentari. Non volevo filmare l’interiorità dei personaggi, non volevo “finzionare” le persone reali e strumentalizzare i loro aspetti più intimi. Con Toni e Silvio abbiamo vissuto quel fermento anni ’80, per me era importante che “Ariaferma”, storia che racconta l’umanità in un luogo disumano come il carcere, fosse interpretato da due grandi attori che avessero un patrimonio di esperienze simili al mio e recitassero accanto ad attori come Sasà Striano e a non professionisti, ex detenuti ed ex agenti penitenziari”.

È stata la prima volta della coppia Servillo-Orlando al cinema ed è la sua prima volta alla direzione di attori professionisti.
Com’è andata?

“Fino ad ora, con “L’intervallo” o “L’intrusa” (che ha aperto la Quinzaine del Festival di Cannes nel 2017, ndr) ho lavorato con attori non professionisti scelti in ambienti vicini a quelli che raccontavo nel film. Questa volta con Toni e Silvio sapevo che sarebbe stato diverso. Siamo stati una decina di giorni in prova al Teatro Argentina a Roma prima di andare a girare in Sardegna. Nè Silvio è mai stato un detenuto né Toni una guardia giurata, ovviamente: dovevamo trovare un amalgama tra la loro gli altri attori. Un’armonia, come quando si accordano degli strumenti”.

È andato a vivere a Parigi quando qui il documentario era poco frequentato, poi è diventato anche formatore per vent’anni del corso, dopo ha studiato regia agli Ateliers Varan, ha insegnato al Csc di Palermo, agli atelier del cinema del reale di Ponticelli FilmaP organizzati da Parallelo41 e ora al Suor Orsola. Il cinema si può insegnare?
“Insegnare significa aiutare i ragazzi a trovare il loro sguardo e le proprie forme di narrazione, per il resto il cinema bisogna farlo. Con gli Ateliers Varan ho girato il mondo. Nel ’94 sono andato in Cambogia ad aprire un centro di formazione con il regista Righy Pahn in luoghi dove non c’era neanche il cinema, poi sono stato a Bogotà in Colombia. Per Procida Capitale della Cultura 2022 con la Film Commission Campania e Parallelo 41 da giugno e per tre mesi faremo filmare l’isola da dodici ragazzi dai 16 ai 25 anni che faranno poi il loro film”.

Il comparto cinematografico campano guidato da Maurizio Braucci con cui lei ha scritto “L’intervallo” e “L’intrusa” da oltre un anno chiede una scuola delle arti e dei mestieri a Napoli all’ex base Nato, dove nascerà il distretto cinematografico, per valorizzare il boom delle produzioni in città, cosa ne pensa?
“Qualunque cosa si faccia, spero si tenga conto di esperienze esistenti come gli Atelier FilmaP di Ponticelli dove sono nati registi che portano i loro film nei festival più importanti e realtà storiche come Arrevuoto, dal quale ho pescato ottimi attori.
Entrambe realtà che fondano la formazione sul fare. Esistono ottime basi da cui partire”.
 

Fonte: https://napoli.repubblica.it/cronaca/2022/05/09/news/leonardo_di_costanzo_negli_anni_ho_imparato_che_il_cinema_non_devi_cercarlo_viene_da_te-348756412/?rss

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