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Leonardo Di Costanzo: “Nel mio film con Toni Servillo e Silvio Orlando il carcere raccontato a tutti”

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È un thriller psicologico, il film “Ariaferma” diretto da Leonardo Di Costanzo. Il cineasta di origini ischitane – che ha presentato il lungometraggio nella categoria “Fuori concorso” all’ultima Mostra del Cinema di Venezia, introdurrà l’opera – da oggi nelle sale italiane – venerdì 15 in due appuntamenti a Napolii: alle 20 al cinema Metropolitan di via Chiaia e alle 21,30 al cinema Modernissimo in via Cisterna dell’Olio.

Prodotto da Tempesta e Rai Cinema con distribuzione Vision, il film di Di Costanzo vede protagonisti Toni Servillo (il poliziotto penitenziario Gaetano Gargiulo) e Silvio Orlando (il pericoloso delinquente Carmine Lagioia), che vivono in una atmosfera di sospensione in un carcere quasi sfollato. Le musiche originali sono di Pasquale Scialò, che ultimamente ha vinto il Premio Ennio Morricone quale miglior compositore al “Bif&st” di Bari.
“È un film per coloro che vivono all’esterno del carcere”, precisa Di Costanzo. “Per il tipo di narrazione impostata, che magari “rinuncia” anche a una trama immaginabile. Non è un film di genere carcerario che gioca sui cliché”. Tant’è che qua e là si possono rintracciare frammenti finanche western: dagli sguardi all’enigma del capire-intuire chi sta per compiere cosa.

Leonardo Di Costanzo, lei ha detto che questo “non è un film sulle condizioni del carcere ma sull’assurdità del carcere”. Cosa voleva raccontare in questa ricerca utopica di equilibrio fra agenti e detenuti?
“Più che la storia di una ricerca utopica – e cito Vittorio De Seta che girò “Diario di un maestro” precisando “io non racconto la scuola com’è ma come vorrei che fosse” – questo è un film su una comunità, sul concetto di carcere per uomini che lo vivono quotidianamente. Non vorrei neanche che il carcere fosse come lo racconto io. Ho escluso l’elemento sociologico innestando quello umano. I miei film sono ambientati in un tempo e in uno spazio assai ristretto. Gli accadimenti non sono eclatanti ma si sviluppano nei rapporti fra gli esseri umani. E l’espediente è sempre la condizione di minaccia”.

Questa volontà nasce da sue esperienze/conoscenze dirette di strutture carcerarie o persone recluse?
“Nei miei film compaiono spesso figure di mediazione. Persone che svolgono un mestiere sociale che li vede a contatto con chi sta ai margini. Mi piace muovermi su una linea di confine. Così emergono personaggi drammaturgicamente affascinanti che sfiorano il bene e altrettanto il male, swingando tra che cos’è la regola e se infrangerla. Cos’è la colpa e cosa la punizione? Trovo ciò interessante e credo si creino dinamiche di azione e riflessione sul senso etico e pure sul mio sentirmi cittadino”.

Avete fatto un’anteprima nel carcere di Rebibbia. Lo farete ugualmente a Poggioreale, a Secondigliano, o a Santa Maria Capua Vetere che è “esploso” per via delle torture commesse da agenti e funzionari contro i detenuti in cella?
“Adesso badiamo a difendere l’uscita in sala del film, auspicando possa avere una lunga vita anche post-sala. In tal senso abbiamo ricevuto parecchie richieste. A Rebibbia è stato emozionante, proprio come lo è stato nel carcere femminile di Venezia durante il Festival a settembre: avevo paura che il dialogo a fine proiezione tra gli agenti, i detenuti e il ministro della Giustizia, Cartabia potesse risultare imbalsamato e finto. Invece c’è stato un coinvolgimento puro”.

Il rapporto fra immagini e suoni del film sorprende perché c’è tanta musica, considerando il ritmo narrativo asciutto che descrive uno stato di claustrofobia…
“Per me è una scoperta, una novità. Solitamente ne uso pochissima. Con Scialò abbiamo giocato fra musica concreta, acustica, free jazz, citazioni sacro-popolari dei battenti, e brani di Steve Reich. Non cercavo realismo e in questo caso il suono genera maggiore profondità nelle scene”.

Ultima curiosità, Di Costanzo: ha scritto la sceneggiatura già pensando a Servillo e Orlando quali protagonisti?
“Ho proposto ruoli inediti per entrambi ed entrambi erano anche in allarme per l’interpretazione. Al principio i personaggi erano addirittura opposti: Servillo il detenuto e Orlando la guardia. Via via è maturata insieme l’idea finale. E ne sono felicissimo ora…”..
 

Fonte: https://napoli.repubblica.it/cronaca/2021/10/14/news/cinema_ariaferma_toni_servillo_silvio_orlando_film-322163797/?rss

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