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Minori violenti, il cappellano di Nisida: “Recuperiamo sin da piccoli i figli dei camorristi”

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“Negli ultimi mesi sono arrivati quattro ragazzi a Nisida per accoltellamenti. Nei minori che entrano in carcere vedo il disagio di giovani non intercettati dalla parte sana della comunità. Sono figli di famiglie che danno come unici esiti di vita il carcere o la morte. Il loro destino sembra segnato. Il patto per Napoli firmato dalla ministra Lamorgese è stato un appuntamento mancato: bisognava coinvolgere anche l’arcivescovo Battaglia e il ministero dell’istruzione”. Don Gennaro Pagano è il cappellano del carcere minorile di Nisida, dove è detenuto anche uno dei due ragazzi coinvolti nella lite scoppiata in un Luna Park a Torre del Greco e finita con la morte del 19enne Giovanni Guarino.

Da sempre impegnato nel reinserimento sociale dei giovani a rischio, il sacerdote anima il progetto “Puteoli Sacra” che ha riaperto cattedrale, museo e ipogei nel Rione Terra di Pozzuoli impiegando ragazzi dell’area penale. Un’iniziativa inaugurata da Mattarella.

Don Gennaro, aumenta la ferocia di giovanissimi che sempre più spesso estraggono un coltello anche per futili motivi.
“Solo da una comunità attenta ai ragazzi fin da piccoli può arrivare una svolta. Anche i figli dei camorristi vanno seguiti e avvicinati per spezzare la catena di violenze. È questo quello che manca: una comunità capace di fare sistema e non solo rete”.

Un sistema legale…
“La camorra è un sistema di morte che produce disvalore e ingabbia. La società civile non è in grado di creare un sistema di vita. Finché non facciamo questo passaggio a tutti i livelli, non saremo in grado di intercettare i ragazzi”.

Quali in particolare?
“I figli di nessuno abbandonati a se stessi e i figli dei camorristi che apprendono la devianza fin da piccoli. Il 70 per cento dei minori arrestati nel Napoletano ha un parente in carcere”.

Qual è la soluzione?
“Fare in modo che nessun ragazzo venga abbandonato”.

Come avvicinare i figli dei camorristi?
“Il gap è nei due ministeri che non lavorano insieme: quello dell’interno che controlla il territorio e il mondo della scuola che deve fare prevenzione. Per arginare la deriva malavitosa devono collaborare. Una famiglia di camorra è nota anche alla gente comune: lì bisognerebbe intervenire con una forte rete di servizi sociali, scuola, parrocchia. E a mio avviso, quando non c’è altra possibilità, bisogna avere il coraggio di chiedere il ravvedimento delle famiglie o un percorso di tutoraggio. Non dico la sottrazione dei figli, ma i bambini abbiano almeno una figura di riferimento esterna che garantisca loro il diritto di scegliere. Questo può accadere solo se c’è forte interazione tra scuola e forze dell’ordine”.

Chi può realizzare la sintesi?
“L’arcivescovo Battaglia in questo momento è la figura più autorevole e immersa nella realtà cittadina, e il meno interessato a speculazioni. Ci si preoccupa solo di Pnrr, di “come” spendere i soldi ma mai “per chi”. L’appello per il patto educativo era rivolto anche al governo che ha risposto ma in maniera divisa: ogni ministero per conto suo”.

A Puteoli Sacra sono stati assunti 6 ex ragazzi dell’istituto di Nisida.
“Inseriti in contesti di bellezza rispondono, ed è assurdo non averli intercettati da piccoli, magari avrebbero evitato il carcere. Questi ragazzi hanno fatto un percorso di revisione critica e non vogliono più tornare nel contesto di origine”.

Fonte: https://napoli.repubblica.it/cronaca/2022/04/19/news/minori_violenti_il_cappellano_di_nisida_recuperiamo_sin_da_piccoli_i_figli_dei_camorristi-345966110/?rss

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