domenica, 18 Aprile, 2021
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Murale di Ugo Russo, “un segnale da capire”

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Ho seguito la vicenda dei murales dedicati ai due ragazzi del centro storico di Napoli (Luigi Caiafa e Ugo Russo) attraverso le notizie dei giornali. Ed ho notato da subito qualcosa che non mi convinceva in questa vera e propria campagna che, partendo da intenzioni da condividere, è andata “oltre” e sicuramente ha perso la “misura” nel corso del suo svolgimento. Spinta anche da palesi finalità politiche da parte di qualche protagonista.

Le vicende dei due murales, però, vanno tenute distinte dagli altarini e alle scritte che in diversi quartieri vengono dedicati a camorristi uccisi negli scontri tra i clan e presentati come miti per i giovani dei quartieri. Una cosa è esaltare con delle scritte e degli altarini dei giovanissimi che hanno ammazzato e si sono fatti ammazzare (e che andavano da tempo rimossi) altra cosa è voler ricordare con dei murales dei ragazzi che sono stati uccisi dalle forze dell’ordine.

In questo secondo caso sono forse legittimi e da giustificare? Assolutamente no. Nessun rapinatore può essere proposto come modello da seguire o effigiato per ricordarne le gesta. Ma bisogna giudicare le cose anche a seconda delle intenzioni.
Secondo il mio parere lo scopo dei murales non era quello di esaltare dei trasgressori della legge quanto piuttosto segnalare il modo in cui sono stati uccisi.

Nel caso di Ugo Russo, il carabiniere in borghese coinvolto è indagato per omicidio volontario, cioè è accusato di una morte che secondo gli inquirenti si poteva anche evitare. Inoltre, il papà di Ugo non è un camorrista, non è stato mai condannato o rinviato a giudizio per questo reato. Ha scontato anni di carcere ed ora svolge un lavoro precario con ottime referenze presso un’associazione di volontariato. Ha sbagliato, ha pagato ma sta cercando una vita dignitosa e da tempo (dal 2004) non commette reati. Perché stabilire un nesso tra la vita del padre e la morte del figlio? C’è un padre che si dispera per non aver potuto offrire un destino migliore al proprio figlio, e va rispettato nel suo dolore e compreso. Che i suoi parenti abbiano devastato il pronto soccorso di un ospedale è gravissimo. I danni vanno rimborsati e eventuali responsabilità penali sanzionate.

Certo, chi fa una rapina deve mettere in conto che può finire male, ma fino a prova contraria nel nostro ordinamento giuridico non è prevista la pena di morte per i rapinatori. Non è, quindi, la stessa cosa se un murale viene eseguito per esaltare un rapinatore o per chiedere conto delle modalità della sua morte. E naturalmente, non è la stessa cosa se è del tutto abusivo o non ha completato l’autorizzazione richiesta; se il consenso del condominio è stato forzato con l’intimidazione o c’è stata un’adesione sentita del vicinato. Nel caso del murale di Ugo Russo non siamo di fronte né a intimidazioni, né ad abusi, ma solo all’utilizzo di uno strumento inusuale.

Forse con una risposta più rapida dei magistrati ai familiari che chiedevano notizie sull’andamento delle indagini, non avremmo avuto un caso del genere. Chiedere giustizia e verità, come è scritto sul murale di Ugo Russo, non è un messaggio camorristico, e lo ha ricordato giustamente il procuratore Melillo. Come si fa, dunque, a rappresentare come dei sostenitori indiretti della camorra i firmatari di un appello che chiedeva di non cancellarlo? Tra i firmatari ci sono alcune delle figure più significative del mondo professionale e culturale della città. Sono fiancheggiatori dell’illegalità? Ma finiamola con queste assurdità!
Questa vicenda non ci deve fare dimenticare che a Napoli e nel suo hinterland ci sono dei ragazzini che vanno a rubare e possono morire a 15 anni.

Ricordare ciò non è affatto “fuorviante”. Non parlarne lo è. Nel mondo illegale si può essere spinti dal bisogno nell’oltrepassare la linea che separa il bene dal male, dall’emulazione o dal bisogno di arricchirsi con la violenza. Bisogna sempre saper distinguere. Nel primo caso si deve intervenire perché non sia la privazione a rovinarti la vita; nel caso di emulazione si può ancora sopperire con la scuola e l’istruzione; nel terzo caso non esiste nessuna possibilità se non la repressione.

A Napoli sono in essere le tre modalità di oltrepassare la legge e spesso si mischiano tra di loro. In Campania la percentuale di minori in stato di povertà relativa è del 22,1%, e su questo dato incide massicciamente quello della città capoluogo. Il tasso di dispersione scolastica è del 21%, ed è la metropoli partenopea che condiziona questa assurda classifica. Quando si leggono i dati sul rapporto strettissimo tra tassi di disoccupazione, tassi di abbandono scolastico, precedenti penali nel nucleo familiare e tassi di criminalità minorile, non si può che restare impressionati da una così implacabile connessione.

I dati ci dicono che è possibile prevedere in largo anticipo in quali quartieri, in quali rioni, in quali famiglie, in quali classi di età si formeranno i futuri ospiti degli istituti di pena minorili e successivamente delle carceri per adulti. Tutto ciò non ha niente a che fare con il fatalismo, con il destino, con i geni criminali nel sangue, ma con una reciprocità di influenza tra condizioni sociali, economiche, culturali e carriere criminali.

Se le situazioni in cui vivono e si formano migliaia e migliaia di bambini e ragazzi non vengono affrontate di petto, esse si riverseranno contro il resto della società, e le statistiche criminali sono lì a dimostrarcelo.
È vero, in tutte le grandi città si producono fisiologicamente diverse forme di criminalità, ma in genere esse riguardano una piccolissima parte di popolazione. Ma a Napoli le forze di sicurezza si debbono occupare di una massa consistente di persone che usano la via criminale per sopravvivere o per avvicinarsi al benessere. Se il crimine diventa un’occupazione di massa, vuol dire che il “contratto sociale” non sta funzionando e le forze di sicurezza non sono sufficienti per farvi fronte. Senza la scuola, senza il lavoro, senza altri modelli di vita non si va da nessuna parte. O si sbatte contro il muro. E da solo il Comune di Napoli non ce la potrà mai fare ad affrontare questa situazione, chiunque sarà scelto ad amministrarlo.

Bisognerebbe occuparsi di questi temi senza fanatismi. Ciò che si ritiene sbagliato va comunque capito e interpretato. La comprensione non è rinuncia ai propri valori né debolezza. E a volte una richiesta di giustizia può essere espressa anche in forme non convenzionali.

Fonte: https://napoli.repubblica.it/cronaca/2021/03/22/news/murale_di_ugo_russo_un_segnale_da_capire_-293354092/?rss

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