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Napoli, bancarelle, market e ristrutturazioni: tutte le estorsioni del clan del Vomero

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Il racket sugli appalti ospedalieri valeva doppio. Le ditte non garantivano alla camorra solo denaro contante, ma spesso mettevano a disposizione anche posti di lavoro. Il boss, poi, decideva che farne. E spesso rivendeva quelle assunzioni, guadagnando altri soldi. Lo racconta l’ex capoclan del Vomero Luigi Cimmino nei primi interrogatori sostenuti come ( aspirante) collaboratore di giustizia davanti ai pm Celeste Carrano e Henry Jhon Woodcock, titolari dell’indagine che ha messo la cosca nell’angolo, spingendo il suo leader a rompere il silenzio.

A partire dal 2013, Cimmino dice di aver intascato dal giro d’affari legato alle estorsioni circa 10mila euro al mese. La gran parte arrivava dal ” pizzo” imposto alle imprese che lavoravano per gli ospedali Monaldi, Policlinico, Cardarelli, Cotugno e Pascale. Sostiene Cimmino che il suo plenipotenziario, Andrea Basile, ” percepiva ogni mese i soldi dalle macchinette ( verosimilmente quelle per l’erogazione degli snack n.d.r.) dalla fornitura del latte e delle televisioni, dalle ditte che facevano le pulizie, quelle che gestivano i bar e quelle che si occupavano dei giardini. Alcune di queste estorsioni venivano pagate ogni mese, altre tre volte l’anno ” . E in alcuni casi del pacchetto facevano parte anche le assunzioni di dipendenti.

Come quando, racconta Cimmino, nel 2014 un imprenditore che si era aggiudicato la gara per la mensa in uno dei presidi ospedalieri della zona collinare si presentò da lui ” a dirmi che aveva vinto l’appalto e che era giusto informarmi. Volevano sapere come si dovevano comportare per mettersi a posto. Ci accordammo amichevolmente – ricorda l’ex boss – per 10mila euro tre volte l’anno e tre posti di lavoro”. Allora come oggi, poter disporre di un’occupazione sicura presso una ditta impegnata con una struttura pubblica rappresenta un piccolo tesoro. E infatti Cimmino riferisce candidamente di aver utilizzato quell’opportunità per ottenere altro denaro: ” Io ho venduto quei tre posti di lavoro: uno al figlio di un pescivendolo di Antignano per 15mila euro ” . L’altro fu ceduto alla figlia di una familiare. E il boss avrebbe venduto anche il terzo se, spiega, non lo avessero arrestato prima. Era andata allo stesso modo qualche anno prima, quando Cimmino consumò un’estorsione ai danni di due imprenditori che si occupavano di pulizie ospedaliere.

“Ci diedero non ricordo se 40 milioni o 40mila euro e due posti di lavoro ” , afferma il collaboratore di giustizia, aggiungendo che il primo fu assegnato poco dopo mentre il secondo era destinato al figlio del boss che invece rinunciò e, ipotizza il padre, “forse vendette questo posto di lavoro”. Il racket sugli ospedali rappresentava il ” core business” dell’organizzazione, come rimarcato dalla Procura già nella prima fase dell’inchiesta arrivata nei giorni scorsi allo snodo dell’udienza preliminare. “Tutte le ditte pagavano e hanno sempre pagato”, dice candidamente Cimmino. Ma non era l’unica fonte di guadagno per il clan del Vomero. Il “pizzo” veniva imposto anche su altre attività commerciali o imprenditoriali del quartiere. Cimmino cita le bancarelle del popolarissimo mercatino di Antignano, i supermercati e le ditte impegnate nelle ristrutturazioni di edifici nella zona collinare.

E poi c’è lo spaccio di droga. Molte pagine dei primi due verbali sottoscritti dall’ex boss sono coperte da omissis. Tutto ciò che Cimmino sta dicendo e dirà nei sei mesi previsti dalla legge per indicare gli argomenti al centro della collaborazione sarà sottoposto al vaglio dei pm Carrano e Woodcock. I magistrati si mantengono cauti e hanno già contestato una prima incongruenza nelle dichiarazioni di Cimmino, quelle dove sostiene di non aver mai ricevuto la maxi tangente da 400mila euro pattuita sui lavori di ristrutturazione di sei padiglioni dell’ospedale Cardarelli. Circostanza che, nella ricostruzione della Procura, emerge con chiarezza dalle indagini condotte prima dell’inizio della collaborazione, e in particolare dalle intercettazioni in base alle quali il capoclan intascò tra l’estate 2015 e il marzo 2016 due tranche rispettivamente di 100mila e 200mila euro, mentre gli altri 100 mila euro furono incassati dal figlio Diego in rate da 12mila euro ciascuna.

Cimmino nega, ma i pm non gli credono e, a verbale, scrivono: “L’ufficio stigmatizza le evidenti e palesi contraddizioni che rendono non credibile le dichiarazioni “. Un passaggio severo, da cui traspare la volontà dei magistrati di verificare puntualmente ogni aspetto delle rivelazioni del collaboratore di giustizia e che si affianca alle perplessità suscitate, negli inquirenti, da un altro riferimento di Cimmino, quello alle sue ” ricchezze accumulate nel tempo ” che, sostiene, sarebbero poi ” sfumate fra fallimenti e sventure varie “. Di sicuro, ci sono almeno due filoni che la Procura intende approfondire: uno è quello delle complicità del clan, storicamente attivo in un territorio ricco e influente, dove per muoversi è indispensabile entrare in alcuni ingranaggi del potere, non solo con riferimento agli ospedali. L’altro riguarda i soldi: scoprire dove sono investiti i soldi della camorra del Vomero.
 

Fonte: https://napoli.repubblica.it/cronaca/2022/04/17/news/napoli_bancarelle_market_e_ristrutturazioni_tutte_le_estorsioni_del_clan_del_vomero-345861722/?rss

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