sabato, 27 Febbraio, 2021
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Quando gli Osanna dissero no al Festival di Sanremo: “Volevano farci suonare una canzone di tre minuti”

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“Partecipammo a una riunione per andare al Festival di Sanremo, era il 1972, Nico Fidenco era il direttore artistico. Appena ci dissero che la canzone doveva durare massimo 3 minuti, ci alzammo e ce ne andammo”. Racconta Lino Vairetti, 71 anni, reduce da violento contagio da Covid. Il cantante e musicista con gli Osanna negli anni ’70 ha realizzato a Napoli il sogno progressive di migliaia di figli dei fiori subito dopo la rivoluzione del 1968. Di quella musica che non aveva steccati. Che spaziava dal rock alla sinfonica e diede vita ai concept album. Un genere che gli Osanna, famosissimi anche in Giappone, rappresentano in Italia con la Pfm e il Banco di Mutuo Soccorso. E che ne resto del mondo ha esponenti celebri come i Van der Graaf Generator e King Crimson. Proprio David Jackson dei Van e David Cross dei King Crinsom sono testimoni d’eccezione del rockumentary sui 50 anni degli Osanna “Osannaples” diretto da M. Deborah Farina in anteprima il 25 febbraio al “Seeyousound International Film Music Festival” di Torino. Il film, visibile dal 25 su Playsys.tv, è coprodotto da Vairetti con il co-fondatore Danilo Rustici. Per celebrale il cinquantennale la band pubblica a luglio il nuovo album “Il Diedro del Mediterraneo” e “Sulle note di un veliero” di Franco Vassia.

Vairetti dalla controcultura ai giorni nostri, la formazione cambia pelle, ma gli Osanna sono sempre creativi. Il film si apre con la protesta del caro biglietto ai concerti al raduno Be-In del 1973, la Woodstock italiana, al Parco Kennedy ai Camaldoli. Sembra fantascienza oggi…

“Eravamo figli dei fiori, volevamo un mondo migliore. Rivendicavamo i diritti. Oggi tutto è consumo, una rivoluzione sembra impossibile, tutti soprattutto i giovani sono distratti dalle tecnologie e non vogliono perdere nulla. Invece per fare le rivoluzioni bisogna essere disposti a perdere qualcosa, bisogna rischiare. La divisione tra ricchi e poveri si amplia e nonostante la classe media sia sempre più impoverita soprattutto con il Covid, sembra non voler perdere quello poco che ha…”.

A proposito di Covid, è stato molto male?

“Ho preso una forma molto violenta, mi sono curato a casa da solo, non c’erano posti negli ospedali. Ma non ho mai perso l’ottimismo. Anche io vorrei che cinema e teatri riaprissero, ma non possiamo abbassare la guardia, bisogna stare attenti. E’ una malattia disgraziata”.

La progressive music si chiama così solo in seguito, allora si chiamava Pop. Che ruolo ha avuto Napoli nella vostra ricerca?

“Enorme, sono un musicista ma anche un artista figurativo. Mi sono formato all’Accademia di Belle Arti, in quegli anni arriva a Napoli il Living Theatre di Julian Beck che mi ha molto influenzato. E poi amando Picasso, ho sentito la necessità di spettacolarizzare la musica. Con il rock progessive abbandonavamo la forma canzone, potevamo raccontare dei concetti negli album. Come David Jackson ormai membro aggiunto degli Osanna all’estero. “L’uomo” nel 1971 è una dedica all’esistenzialismo di Sartre e Giacometti. Noi non lo sapevamo ancora ma eravamo molto uniti alle nostre radici. Lo ha visto con anticipo Renzo Arbore che nella prefazione al disco già ci chiamava i “Pulcinella Rock””.

Nel film c’è un’inedita voce di Pino Daniele, era agli esordi.

“Non era ancora conosciuto, era chitarrista del gruppo di Enzo Avitabile. Venne a casa mia al Vomero, quartier generale degli Osanna, a farmi sentire dei provini. Rimasi folgorato. Era un po’ acerbo, ma mi sembrò il James Taylor napoletano”.

Fonte: https://napoli.repubblica.it/cronaca/2021/02/19/news/osannaples_dal_25_febbraio_il_documentario_sui_50_anni_degli_osanna-288298751/?rss

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