martedì, 28 Settembre, 2021
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Serao racconta Suor Giovanna e la sua croce

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Romanzo ispirato a fatti di cronaca, pubblicato da Treves nel 1901, quando Matilde Serao è già celebre e nel pieno della sua più che multiforme attività di scrittrice, giornalista, editrice, imprenditrice e scout letterario, “Suor Giovanna della Croce” narra della violenta spoliazione dei monasteri napoletani dopo l’Unità d’Italia.

Al centro della vicenda, le suore orsoline sfrattate con la forza dagli amati luoghi di ascesi e povertà. Della Napoli che Serao descrive non restano che spoglie: immaginate un manto di monasteri, una popolazione di monache fittissima sin dal Medio Evo, le sontuose chiese di Santa Chiara e Santa Patrizia, fra i monasteri più noti, e poi una rete intricatissima di conventi, chiostri e clausure. Suore che ricamano, che cantano, che insegnano, che fanno dolci: un intero popolo in preghiera. Un popolo di donne. Un popolo stigmatizzato: sono dette “sepolte vive”, termine dispregiativo che riunisce indifferentemente la scelta di fede personale e l’uso barbarico delle famiglie che si liberano di cadette, scomode, scostumate.

Il romanzo si apre con l’attesa dell’imminente cacciata dal convento, secondo la legge del nuovo Stato: le suore sperano in un intervento papale risolutivo, che non verrà; attendono notizie dal parroco loro confessore, l’unico che possa incontrarle in clausura. Hanno paure le monache, e hanno ragione di averne.

Fuori dalle mura claustrali ci sono famiglie che non le vogliono, che non le conoscono nemmeno, oppure c’è la strada, la povertà e il disprezzo, una morte solitaria fuori d’ogni accoglienza. Sradicate dalla loro vera famiglia, quella che condivide lo spazio monastico, si troveranno in un mondo ostile e sconosciuto.

I funzionari che vengono a cacciarle alzano loro il velo, credendo di trovare belle fanciulle, in omaggio a una pornografia art-pompière di moda a cavallo fra Otto e Novecento, e trovano invece delle donne anziane, a volte vecchissime e fragili. Uno stupro burocratico, cui segue la messa in strada. Niente di più traumatico che ritrovarsi senza un soldo in tasca per strade sconosciute, in una realtà che si è abbandonata da anni, a volte da decenni. A suor Giovanna tocca uno dei destini peggiori, perché non viene da una ricca famiglia come la sua anziana e dignitosa badessa, ma da una famiglia umilissima: ritrova una sorella odiosa, che le ha già tolto un fidanzato e che ora le sottrae, con il figlio, un nipote viziato e vizioso, tutti i pochi spiccioli che possiede.

Prima la depreda, poi la butta fuori casa. Non resta a suor Giovanna che cercare ricovero in stanze d’affitto facendo da infermiera a puerpere moribonde, da cameriera a giudici ambigui che temono entri qualcuno in casa (i ladri? No: la moglie), vendendo i piccoli ricami a prostitute che sperano di emanciparsi.

La qualità straordinaria di Matilde Serao, sempre sul pezzo, sempre avanti a tutti nelle intuizioni narrative o giornalistiche, infaticabile e geniale molto più di quanto le si riconosca, è nei ritratti d’ambiente, nelle stanze, nei dettagli, nella verità della denuncia.
Se ne “Il ventre di Napoli” aveva mostrato i danni della fame, qui non si fa scrupolo a denunciare una violenza di Stato perpetrata ai danni della parte più debole del clero, le monache, argomento di cui, dopo di lei, più nessuno avrebbe parlato, i documenti spariti, sotterrati, distrutti. I conti in tasca gogoliani fatti a chi avendo scelto la strada dell’ascesi ora deve, a sessant’anni, imparare a lavorare e non ne ha nemmeno la forza dicono di un delitto pubblico e impunito: ” – Zi monaca, voi dovete decidervi a fare qualche cosa – rispose bruscamente donna Costanza – come volete tirare avanti in questo modo? (…) Con quarantuna lire al mese, vi è impossibile vivere. – Lo so – rispose la monaca, malinconicamente – Non sono neanche quarantuna, sono trentotto e mezzo con la ritenuta della ricchezza mobile. – Che governo porco! La ritenuta! Che ricchezza mobile! Questa è miseria stabile!”.

Dell’immenso manto di monasteri femminili che Napoli possedeva, con l’eccezione delle Trentatré, nessuno sarebbe sopravvissuto. E come sempre delle donne, maggioranza silenziosa, non si racconta.

Fonte: https://napoli.repubblica.it/cronaca/2021/08/08/news/serao_racconta_suor_giovanna_e_la_sua_croce-313362683/?rss

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