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Strage di Calata San Marco a Napoli: si riapre l’inchiesta sull’attentato del 1988

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Aeroporto di Capodichino, la tarda mattinata del 10 aprile 1988. Un cittadino con passaporto di Taiwan, Willy Liao, noleggia una Ford Fiesta. Ha un solo bagaglio con sé. Alloggia in un albergo nei pressi di piazza Garibaldi. È un uomo tranquillo, silenzioso. Ma si accompagna a una donna che non passa inosservata, dai tratti orientali come lui. Quattro giorni più tardi, Liao si congeda dall’albergo, paga il conto e svanisce nel nulla. Qualche ora dopo, la Ford è parcheggiata in Calata San Marco, proprio davanti al circolo statunitense Uso, dove sono in corso i preparativi per una festa in onore del comandante del cacciatorpediniere “Paul” ancorato al Molo Angioino. La zona è affollata e trafficata come sempre. La vettura è imbottita con 40 chilogrammi di dinamite, dadi e bulloni. Alle 19.49 di quel 14 aprile, la macchina salta in aria. In quello stesso momento il vicecapo della Digos Luigi Merolla, futuro questore di Napoli, è nel suo ufficio in via Medina. “Era stato un pomeriggio tranquillo, stavo leggendo un libro di Cervantes quando sentimmo il boato – racconta – mi precipitai sul posto e ci trovammo davanti a uno scenario tremendo: macerie, corpi senza vita, arti che erano finiti addirittura sui balconi”.

L’esplosione provoca 5 morti e una ventina di feriti. È una strage, ma dopo l’orrore iniziale su quella carneficina scende l’oblio. Una rimozione durata 33 anni. Solo adesso qualcosa comincia a muoversi. Il procuratore Giovanni Melillo ha riaperto le indagini per provare a dare un nome e un volto ai complici dell’unico colpevole fino ad oggi identificato: il giapponese Junzo Okudaira, militante dell’Armata Rossa, fazione terroristica antiamericana e anticapitalista, condannato in contumacia all’ergastolo. Ricercato già allora con l’accusa di aver preso parte a un attentato all’aeroporto di Tel Aviv nel 1972, Okudaira non è mai stato catturato. Gli dà la caccia l’Fbi americana, che sulla sua testa ha messo una taglia di cinque milioni di dollari. Ed è in cima all’elenco dei latitanti sui quali indaga la Procura di Napoli. Su impulso del procuratore Melillo e del prefetto Marco Valentini, la strage sarà finalmente ricordata mercoledì prossimo, quando per iniziativa del Comune e alla presenza del console generale degli Stati Uniti Mary Ruth Avery si svolgerà in Calata San Marco un’iniziativa in memoria delle cinque vittime: la sottufficiale della Marina statunitense Angela Dos Santos, il venditore ambulante di collanine Antonio Gaezza, che aveva 62 anni, il 21enne Maurizio Perrone, Guido Scocozza, di 24 anni, e Assunta Capuano, di 31 anni. Sul luogo dell’attentato sarà posta una targa.

Le indagini intanto ripartono dalle 19.49 di quel 14 aprile 1988. “Ci rendemmo subito conto che era stato un attentato terroristico – ricorda Merolla – Un bravissimo poliziotto della mia squadra, Gaetano Falanga, trovò fra le macerie la targa dell’auto. Fu così che, quella sera stessa, riuscimmo a risalire alla Ford Fiesta noleggiata. Durante la notte recuperammo il contratto che si rivelò decisivo per individuare Okudaira: venne evidenziata l’impronta parziale del dito indice della mano sinistra usato per mantenere fermo il figlio al momento della firma. Grazie alla collaborazione dell’Fbi fu identificato il sospettato e ricostruimmo i suoi movimenti nella zona della Stazione.

I testimoni ci riferirono di averlo visto insieme a una donna affascinante”: per gli investigatori si trattava di Fusako Shinenobu, la vera leader dell’Armata Rossa, cognata di Okudaira. La donna sarà processata ma assolta. L’avvocato Antonio Cirillo, che la difese davanti alla Corte d’Assise, afferma: “Su di lei non c’erano prove, i veri responsabili non sono stati mai individuati”. Sulle responsabilità dell’Armata Rossa, Merolla non ha dubbi. Ma anche secondo l’ex questore, “all’appello mancano altre persone: i basisti che indicarono l’obiettivo, quelli che fornirono l’esplosivo agli esecutori e chi lì coprì nella fuga: dalle nostre informazioni, riuscirono a imbarcarsi la notte stessa su un aereo diretto verso una località dell’Est Europeo. Non dimentichiamo che si viveva in uno scenario di Guerra Fredda, il Muro di Berlino sarebbe caduto solo più di un anno dopo”. Dopo 33 anni, la strage che era stata rimossa finalmente viene commemorata. L’indagine riparte. Nascosti da qualche parte nel mondo, Okudaira e i suoi complici hanno ancora le mani sporche di sangue innocente.

Fonte: https://napoli.repubblica.it/cronaca/2021/04/11/news/strage_di_calata_san_marco_a_napoli_si_riapre_l_inchiesta_sull_attentato_del_1988-296001248/?rss

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