

Come avviene ormai dal 2008 per meritoria iniziativa di Pietro Greco e da 4 anni nel suo nome e ricordo, il circolo Sadoul di Ischia organizza un convegno per “Scuola e società” su una tematica capace di avvincere l’interesse di professori e studenti delle classi IV e V dei licei. Quest’anno (6 e7 ottobre – sala Luca Brandi, Ischia porto) il tema è quello dei confini: “Confini e migrazioni. Quale futuro per le società globali?”
Confine è una parola che cela concetti di differente significato a seconda di chi la usa e del perché la usa. Può sembrare strano che vi siano queste differenze se si pensa che, come si può facilmente sapere spulciando un vocabolario, confine è “la linea costituita naturalmente o artificialmente a delimitare l’estensione di un territorio o di una proprietà, o la sovranità di uno Stato.”
Sembra facile. Ma se ci si guarda intorno con la particolare attenzione cui siamo costretti almeno da tre anni, e riflettiamo sui tragici accadimenti tra Israele e Palestina a Gaza, tra Russia e Kuwait, nel Sudan, nello Yemen e dovunque su tutta la Terra dove il più forte militarmente (ma anche politicamente), il più “prepotente” cerca di ampliare i propri confini con la forza militare al costo di morti e distruzioni; se facciamo ciò ci rendiamo conto che quella “banale” definizione lascia il tempo che trova.
E ci si rende conto che i confini non sono, per lo meno non più, quelli che la natura ha posto tra uno spazio geografico e uno attiguo tramite montagne, fiumi, mari, ma sono sempre più quelli che, in aggiunta, capi di Stato si sono messi a disegnare con linee rette sul mappamondo come risultato degli incontri di spartizione. Scombinando totalmente i “vecchi” atlanti geografici. E sono questi perché ormai da tempo i confini sono nati soprattutto per stabilire padronanze, priorità e tutelare il proprio. Anche quel “proprio” di cui si è venuti in possesso sottraendolo ai naturali, legittimi, proprietari superando i confini. Di cui sono perfetto esempio Olanda, Francia, Germania, Inghilterra, Americhe. Un esempio che mi induce a dire che con colonialismo e imperialismo l’esistenza di confini naturali e socio-politici è stata tenuta in nessun conto. La saggistica sull’argomento è vasta, ma almeno due letture mi sento di consigliare: Jared Diamond, “Armi acciaio e malattie” (Einaudi 1997) e Amitav Ghosh, “La maledizione della noce moscata” (Neri Pozza 2024).
Ma i confini restano. Addirittura aumentano di numero dopo l’illusione della caduta dei “muri” che, come opportunamente sostiene Corrado Stefanachi, docente di Relazioni internazionali, Studi strategici e Geopolitiche all’università di Milano è stata “la rivincita del confine, non la sua sconfitta”.
Una discreta speranza nel superamento di queste barriere politiche nacque nel 1985 con l’accordo di Schengen. I 40 anni trascorsi dalla firma (l’Italia lo firmò nel 1990) lo hanno lasciato inalterato o lo hanno indebolito? Il contesto nel quale nacque è mutato: era un momento storico in cui in questa porzione di mondo era pensabile aprirsi, condividere, muoversi e lasciar muovere altri liberamente, senza timore di veder dissolvere la propria identità e la propria sicurezza. Oggi invece ci si chiede se ripristinare i controlli alle frontiere per promuovere la sicurezza interna. E i confini stanno sempre lì. Peggio vi sono senza essere più un ostacolo alla loro manomissione come dimostra quanto avviene a Gaza, in attesa di nuove conquiste che consentano di ridisegnare ancora gli atlanti geografici.
Di questo e di altro si discuterà nel convegno di Ischia.


