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Il potere dal volto disumano

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C’è un senso di impotenza che ci attraversa tutti. Davanti a ciò che accade nel mondo, alle guerre, ai genocidi, all’inaccettabile, sentiamo che non possiamo fare nulla. E forse è vero. Perché il mondo è ormai deciso da pochi, da pochissimi. Limitati uomini che spostano i destini di miliardi con un cenno del mento, una firma, un algoritmo. Noi viviamo nelle conseguenze, nei margini, nei bordi. E siamo tanti, tantissimi, ma scollegati, disarmati non per mancanza di armi, ma per eccesso di distanza. Una distanza che non è solo geografica, ma emotiva, cognitiva, perfino immaginativa; non riusciamo più nemmeno a immaginare un modo per cambiare qualcosa. Guardiamo, commentiamo, ci indigniamo per qualche ora, poi torniamo al nostro flusso. Di fronte al genocidio del popolo palestinese, come ad altre tragedie imposte con freddezza calcolata, ci chiediamo: com’è possibile che l’uomo metta al potere sempre gli uomini meno umani? E poi: perché il potere chiama proprio loro?

Ho letto una teoria inquietante proposta in un saggio recente: l’uomo, da circa diecimila anni, ha smesso di combattere altre specie. Non ci sono più belve da cui difendersi. Da allora, l’uomo combatte l’uomo, e lo fa con la stessa violenza con cui prima lottava per la sopravvivenza. Una guerra costante, mutata nei mezzi, non nei fini. È diventato genetico, dicono, una mutazione culturale incorporata nel nostro modo di stare al mondo. Da millenni, l’intelligenza è piegata al dominio, la creatività al controllo, la scienza alla minaccia. Il compito dell’uomo è abbattere l’altro uomo: con le armi, con l’economia, con la legge, con l’informazione, con la tecnologia. E allora forse non è un errore che al potere vadano i più spietati. Forse è un calcolo, una selezione, non di certo un caso: chi ha meno scrupoli, chi sa essere più crudele, più lucido, più freddo, arriva in cima. Il potere non premia i migliori, premia i meno empatici. Il potere è l’esito terminale di una lunga battaglia tra simili.

E noi? Noi possiamo solo osservare e, se va bene, scrivere. Ma qualcosa, da qualche parte, dentro, si è rotto. Ci sforziamo di restare umani, anche se il sistema premia chi non lo è. Anche se la storia dalla notte dei tempi pare dirci che vincere significa togliere qualcosa a qualcun altro.

Fonte: https://napoli.repubblica.it/cronaca/2025/10/05/news/il_potere_dal_volto_disumano-424892587/?rss

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