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La frana silenziosa di Niscemi

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C’è una parola che non abbiamo in italiano: desamparo, e non vuol dire solo abbandono, ma qualcosa di più profondo. La usano in spagnolo e in portoghese e indica la sensazione di essere lasciati soli davanti a qualcosa che cede, che crolla. Penso a desamparo mentre guardo le immagini della frana di Niscemi. Nessuno è morto, ma è venuto giù il terreno sotto i piedi di un’Italia periferica, che frana senza che nessuno si volti.

Non è solo una questione di geologia, ma di politica, ovvio. Da anni ci ripetiamo che il territorio si sgretola perché lo si ignora. Ma la verità è più dura: non ci si crede più. Non si crede nel dovere di proteggere chi vive fuori dai radar, lontano dai centri, dalle città vetrina, dai grandi eventi. A Niscemi si frana come si frana altrove: lentamente, in silenzio e con dignità. Non ci sono proteste né urla, solo la rassegnazione composta di chi resta e continua a vivere tra crepe nei muri e finestre che non si chiudono.

Nel linguaggio burocratico si parla di “aree a rischio idrogeologico”. Una definizione tecnica, asettica, utile per i piani regolatori, che non dice nulla, però, della paura che si prova quando si sente la terra tremare sotto la casa costruita trent’anni fa con un mutuo. Nulla del silenzio delle istituzioni dopo l’allarme, delle carte che girano tra uffici, delle promesse che evaporano con la prima pioggia. In Sicilia più della metà dei comuni è a rischio frana o alluvione. Ma è lo stesso nel Cilento, nell’Appennino lucano, nella Calabria interna, in Irpinia. È l’Italia che non fa notizia, l’Italia che non si lamenta. A Niscemi il terreno ha ceduto in pochi secondi, ma il desamparo dura da anni, come in altre zone del Paese: un sistema di piccole rinunce quotidiane — un autobus tolto, un medico che va via, un ufficio chiuso.

È il meccanismo lento dell’abbandono. In Italia siamo specialisti del “dopo”. Dopo il terremoto, dopo l’alluvione, dopo il disastro. Arrivano i droni, le dirette, i ministri. Ma prima? Prima ci si arrangia, si spera e si fa da sé. Senza vittimismo e con il solito modo di stare al mondo: un sentimento collettivo che attraversa madri, operai, contadini e giovani senza treni.

Il desamparo è proprio questo: l’arte stanca di chi continua a resistere senza aspettarsi più nulla.

Fonte: https://napoli.repubblica.it/cronaca/2026/02/01/news/la_frana_silenziosa_di_niscemi-425132168/?rss

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