

Si avvicina il referendum e il governo, forse intimorito, invoca la par condicio. Peccato che proprio il governo faccia propaganda per il Sì avendo a disposizione mezzi e possibilità che, ovviamente, i sostenitori del No non possono avere. Chi paga i cartelloni che invitano a votare Sì, e quante volte gli esponenti di governo hanno la parola in tv o sui giornali? Si giunge alla spudoratezza di chi sostiene che l’intervento di una vecchietta a Sanremo sia stato un attentato alla democrazia.
Intanto Sanremo svolge il compito di anestetizzare gli elettori e, in questo frangente, già si prepara una nuova mossa: l’ennesima riforma elettorale che promette di dare un premio di maggioranza enorme al vincitore. È la scomparsa della democrazia, che è tale nella misura in cui tutela le minoranze che, viceversa, in Parlamento scompariranno. È anche la scomparsa dell’opposizione, ridotta a un cartonato, dato che una nuova legge elettorale rischia di consegnare il Paese nelle mani di chi pretende di rappresentare il 22 per cento dell’elettorato. Già, perché bisogna avere il favore del 40 per cento dei votanti, e se alle prossime politiche si conferma l’andamento attuale i votanti saranno il 55 per cento degli aventi diritto.
I vincitori (è veramente difficile usare il termine “maggioranza”) potranno insomma decidere tutte le cariche dello Stato e occupare qualunque poltrona di responsabilità senza che nessuno possa opporsi.
Non basta però. Si sta procedendo a ridisegnare i collegi elettorali. Chi conosce la storia britannica conosce il caso dei “borghi putridi” (rotten burroughs), aboliti nel 1832, la cui esistenza consentiva di mandare alla Camera dei Deputati con una manciata di voti i ricchi latifondisti. Oggi sono un caso di scuola in geografia politica per spiegare come una ridefinizione dei collegi possa cambiare il risultato delle elezioni. Ridefinire i collegi e modificare la legge elettorale significa aggredire ancora il Parlamento e con esso la Repubblica parlamentare, distruggere ogni relazione tra elettorato ed eletti, lasciare mano libera all’esecutivo di turno.
Si pone, insomma, sempre la stessa questione già posta con il referendum della giustizia: cercare di ridurre il potere legislativo e quello giudiziario per lasciare tutto nelle mani dell’esecutivo, cioè del governo che, ricordo, non è stato eletto. E sono sicuro che alcuni miei amici che votano a destra siano abbastanza contrariati dalla scelta dei ministri.
Lo hanno ribadito vari esponenti di governo: «bisogna ristabilire il primato della politica sulla magistratura». Ma la magistratura è la Legge, tradotto dal politichese l’espressione utilizzata dalla maggioranza significa «bisogna consentire ai partiti di agire al di fuori della Legge». Ma è la Costituzione a stabilire quali sono i poteri, e i partiti non sono tra questi. È la Costituzione a dettare le regole del gioco democratico, bilanciando i vari poteri per prevenire ogni deriva totalitaria.
Sono convinto che la Legge, quella degli uomini, abbia tanti limiti, che sia imperfetta e che conduca talvolta a errori tragici. Eppure è l’unica che abbiamo. Distruggerla significa lasciare il campo alla legge del più forte: chi vince prende tutto. In questa epoca oscura, stiamo già vivendo gli effetti di un’economia e di una politica predatorii. Non ci sono mai state tante guerre nel mondo, oltre la metà degli Stati è coinvolta in un conflitto. Il risultato della legge del più forte è l’estinzione. La Legge esiste proprio per tutelare i più deboli e chi ritiene di potersene liberare, perché ritiene di essere sufficientemente forte da poterne fare a meno è un illuso, è destinato a essere travolto dalle correnti della Storia.
Siamo forse nel momento più delicato della storia dell’Italia repubblicana e rischiamo di affrontarlo guardando il mondo dal salotto di casa.


