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Nessuno vuole più decidere

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Domenica, seguendo la partita, ho capito una cosa semplice e inquietante: non abbiamo più paura dell’errore, abbiamo paura della decisione. L’arbitro concede il rigore e poi sospende la sua scelta. Ormai fatto che supera il fatto sportivo ogni domenica, dappertutto ci sia una partita di calcio. Lo stadio esplode. Poi si spegne. Tutti immobili. La mano all’orecchio. Il rettangolo disegnato nell’aria. Var. Linee tracciate al millimetro. Replay rallentati fino a fermare il respiro. Cinque arbitri se non di più tra campo e cabina. Tecnologia ovunque. E tuttavia nessuno è convinto. Il calcio moderno è diventato una pedagogia del sospetto. Un circo dell’impossibile.

Il Var doveva eliminare l’ingiustizia. Ha eliminato l’innocenza. Doveva pacificare il gioco. Ha reso permanente il processo. Un fuorigioco di un ginocchio. Di una spalla. Di un’unghia. La linea blu e la linea rossa che si sfiorano come bisturi sulla pelle viva del gioco. Decisioni chirurgiche su un organismo che nasce imperfetto. Perché il calcio è umano. E l’umano non è millimetrico. Il punto non è la tecnologia. Il punto è l’illusione che la tecnologia possa sostituire la responsabilità. Fuori dallo stadio facciamo lo stesso. Moltiplichiamo controlli perché non sappiamo più generare fiducia. Installiamo procedure perché non coltiviamo autorevolezza. Affidiamo agli algoritmi ciò che un tempo chiedevamo alla coscienza. Non vogliamo più arbitri: vogliamo protocolli.

Non vogliamo più adulti: vogliamo garanzie preventive. Eppure sarebbe sciocco demonizzare le regole. Le procedure sono necessarie. I controlli sono una conquista di civiltà. Senza di essi regnerebbe l’arbitrio. Il problema nasce quando diventano assoluti, quando pretendono di sostituire il giudizio, quando la norma prende il posto della responsabilità personale. La procedura deve custodire la decisione, non paralizzarla. Deve sostenere la coscienza, non rimpiazzarla. Ma la garanzia non decide. Decide qualcuno. E qualcuno oggi è diventato il vero problema. Perché decidere significa esporsi. Significa scontentare. Significa assumere il rischio dell’errore senza potersi nascondere dietro un replay infinito. Così la decisione viene diluita, condivisa, spostata, rimandata. Se tutti controllano, nessuno risponde. È la forma elegante della fuga. Anche con cinque arbitri e dodici telecamere, la scelta resta umana. Ed è proprio questo che ci inquieta: l’idea che non esista un dispositivo capace di neutralizzare la libertà e quindi l’errore. Abbiamo messo il Var alla coscienza. Ma non abbiamo reso più limpido il giudizio. Vogliamo giustizia perfetta, ma non tolleriamo l’imperfezione. Vogliamo decisioni oggettive, ma non accettiamo l’autorità. Vogliamo regole precise, ma senza il dramma della responsabilità. Così la partita si interrompe, si seziona, si raffredda. Il tempo si dilata. L’emozione viene sospesa. Anche la gioia aspetta un verdetto.

Il gol non è più un’esplosione: è una pratica in attesa di validazione. Non è forse questo il nostro spazio pubblico? Ogni parola congelata, ogni scelta rallentata, ogni atto sottoposto a revisione permanente. Il presente vive sotto controllo continuo, ma senza guida. Confondiamo la precisione con la verità. Scambiamo il controllo per giustizia. Sostituiamo il coraggio con la procedura. Ma la giustizia non è l’assenza di errore. È la presenza di qualcuno che si assume il peso dell’errore. Una società adulta accetta che un arbitro possa sbagliare. Una società immatura pretende l’infallibilità e produce paralisi. Forse il problema non è il rigore annullato. Forse il problema è che non sappiamo più sopportare la libertà di chi decide. Così restiamo davanti allo schermo, in attesa di una sentenza che non pacifica mai del tutto. Perché in fondo non stiamo cercando una decisione più giusta. Stiamo cercando una decisione che ci assolva. Non vogliamo arbitri coraggiosi. Vogliamo sistemi infallibili. Non vogliamo responsabilità. Vogliamo garanzie. Non vogliamo libertà. Vogliamo immunità dall’errore. Ma una società che pretende l’infallibilità finisce per punire chi sceglie e premiare chi rinvia. E quando il rinvio diventa metodo, la paralisi diventa sistema. Allora non è il Var il problema. È il nostro bisogno di non rischiare nulla. Perché decidere espone. Governare espone. Educare espone. Guidare espone. E noi stiamo costruendo un mondo in cui l’unico gesto davvero pericoloso è assumersi la responsabilità. Il calcio almeno assegna un risultato, anche contestato.

La politica spesso assegna solo alibi. E mentre noi tracciamo linee sempre più perfette, il campo si svuota di coraggio. Il Var controlla il gioco. Ma nessuna tecnologia potrà mai sostituire una coscienza che osa. Il giorno in cui nessuno avrà più il coraggio di fischiare, non avremo eliminato l’errore: avremo consegnato la libertà, e con essa la partita della storia.

Fonte: https://napoli.repubblica.it/cronaca/2026/03/01/news/nessuno_vuole_piu_decidere-425193437/?rss

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