

Più concorrenza, meno carenze e soprattutto risparmi per il Servizio sanitario nazionale. L’importazione parallela dei farmaci — cioè l’acquisto di medicinali autorizzati in altri Paesi europei dove costano meno e la loro rivendita in Italia — potrebbe generare nel nostro Paese fino a 239 milioni di euro di risparmio l’anno. Ma il settore resta ancora marginale, frenato da tempi autorizzativi lunghi e da una regolamentazione considerata poco favorevole.
È quanto emerge da un’analisi sul mercato italiano delle importazioni parallele, presentata nei mesi scorsi in Senato e realizzata dal CEFAT – Centro di Economia del Farmaco e delle Tecnologie sanitarie insieme all’Università di Pavia. Lo studio evidenzia come l’Italia sia ancora molto distante dagli altri Paesi europei: oggi queste importazioni rappresentano circa l’1% delle vendite complessive di farmaci, contro una media europea attorno al 5%.
Secondo gli operatori del settore, una crescita anche solo parziale della quota di mercato potrebbe avere effetti rilevanti sulla spesa pubblica.
«In un contesto in cui l’aumento dei costi delle cure rende sempre più centrale il tema della sostenibilità economica del sistema sanitario, l’importazione parallela contribuisce a migliorare l’accesso alle cure e a generare risparmi lungo la filiera», spiega Gian Maria Morra (nella foto), presidente di Affordable Medicines Italia e amministratore delegato di GMM Farma. «È anche uno strumento concreto per mitigare le carenze di medicinali e aumentare la concorrenza nel mercato farmaceutico».
Cos’è l’importazione parallela
Il meccanismo è previsto dalla normativa europea sulla libera circolazione delle merci. In pratica un farmaco già autorizzato e venduto in un Paese dell’Unione può essere importato in un altro Stato membro e distribuito, purché sia equivalente per efficacia e sicurezza a un prodotto già autorizzato nel Paese di destinazione.
In Italia l’autorizzazione è rilasciata dall’Agenzia italiana del farmaco (Aifa). L’operazione è economicamente possibile quando esiste una differenza di prezzo tra il Paese di origine e quello di destinazione: il medicinale viene acquistato dove costa meno e rivenduto dove il prezzo è più alto, generando così competizione e riduzione dei prezzi.
Nel complesso, secondo i dati del settore, nel 2024 il mercato europeo dell’importazione parallela ha raggiunto un fatturato di 7,76 miliardi di euro, con risparmi annuali stimati tra 5 e 7 miliardi per i sistemi sanitari europei.
Il ritardo italiano
In Italia, però, il mercato resta limitato. Nel 2023 l’incidenza sulle vendite in farmacia è stata dello 0,85%, con lo 0,49% per i farmaci rimborsati dal Servizio sanitario nazionale (fascia A) e l’1,30% per quelli a carico dei cittadini (fascia C). Restano invece sostanzialmente esclusi i medicinali ospedalieri.
A pesare sono soprattutto i tempi per ottenere le autorizzazioni, che possono superare i 240 giorni, ben oltre i 45 giorni ritenuti ragionevoli dalla Commissione europea.
«Lo snellimento delle procedure è una priorità», sostiene Morra. «Serve maggiore rapidità ma anche una revisione della riduzione minima del 7% rispetto al prezzo del prodotto già presente sul mercato nazionale, oggi richiesta dall’Aifa. In molti casi rende economicamente difficile importare alcuni medicinali».
Il potenziale di risparmio
Lo studio del CEFAT mostra che nel 2024 le vendite di farmaci importati parallelamente in Italia hanno raggiunto 69,8 milioni di euro, generando un risparmio per il Servizio sanitario di circa 2,2 milioni, pari al 3,1% della spesa che si sarebbe sostenuta senza questo canale.
Applicando la stessa percentuale all’intero valore dei farmaci di fascia A venduti nel 2023 — circa 7,7 miliardi di euro — si arriverebbe appunto a 239 milioni di euro di risparmio potenziale.
Un margine che potrebbe crescere ulteriormente se il settore si avvicinasse alla media europea.
Un mercato ancora da sviluppare
Per gli operatori l’importazione parallela rappresenta non solo uno strumento economico ma anche un elemento strutturale del mercato unico europeo.
«È una forma di scambio perfettamente legittima e coerente con i principi dell’Unione europea: libera circolazione delle merci, concorrenza leale e parità di condizioni tra operatori», osserva Morra. «Garantire anche in Italia regole chiare e tempi certi significa rafforzare questi principi e rendere il sistema sanitario più sostenibile».
In un contesto di spesa farmaceutica in crescita e frequenti carenze di medicinali, il parallel trade potrebbe dunque diventare una leva aggiuntiva per alleggerire i conti pubblici. Ma per farlo, avvertono gli operatori, serviranno meno burocrazia e regole più favorevoli.


