
Per Georges Sadoul, uno dei maggiori storici di cinema, è “il miglior film realistico del cinema mondiale”, precursore delle atmosfere del cinema francese del Fronte Popolare (Il porto delle nebbie, ad esempio) e di stile, con l’introduzione del montaggio alternato, per i capolavori del cinema sovietico, e infine del Neorealismo per la rappresentazione dell’ambiente umano: “vie e bassi di Napoli con le mura corrose da una lebbra perenne, coi panni stesi, coi tagli crudeli della luce e dell’ombra”, commentò su “l’Avanti!” Ruggero Jacobbi.
È dal 1943 che Sperduti nel buio, il film diretto nel 1914 dal regista e commediografo siciliano Nino Martoglio da un testo teatrale (del 1901) di Roberto Bracco, girato a Napoli per la Morgana Film di Catania, è diventato il film-mito e più rimpianto della cinematografia italiana, perduto nel saccheggio di Cinecittà operato dalle truppe naziste.
Per sempre? Dopo più di ottant’anni qualcosa riemerge dall’oscurità, e dà il senso dell’eccezionale evento cinematografico che si materializzerà mercoledì 11 marzo a Roma, nell’ambito del festival “Custodi di sogni”, promosso dalla Cineteca Nazionale e dal Centro Sperimentale di Cinematografia, nell’Auditorium della Discoteca di Stato: la proiezione, a cura di Valentina Rossetto, dei frammenti ritrovati di Sperduti nel buio e del film successivo di Martoglio, Teresa Raquin (1915), dal romanzo di Zola.
Alla vigilia dell’evento regna ancora il riserbo (si sa soltanto che i frammenti provengono da una copia in 16 mm. dal Fondo del Museo Internazionale Cinema e Spettacolo, depositato presso la Cineteca Nazionale) ma la notizia è sufficiente a far rivivere il sogno che dal 1945 accomuna tutti i cinefili d’Italia e del mondo, e che nell’immediato dopoguerra spinse i più illustri critici di cinema (Umberto Barbaro, Guido Aristarco, il poeta Attilio Bertolucci, padre dei registi Bernardo e Giuseppe) a invocare l’intervento del governo italiano su quello tedesco per la restituzione del “capolavoro del nostro cinema muto”, trafugato dal tenente Van Daalen.
Solo mercoledì riusciremo a sapere quanto e cosa si è salvato di questo dramma pre-realista che narra l’odissea quotidiana di due personaggi della Napoli degli “ultimi”: il musicista cieco Nunzio, dotato di forza erculea ma dal cuore tenero, interpretato dal celebre attore catanese Giovanni Grasso, e la giovane e dolce Paolina (Virginia Balistrieri, straordinaria) che amorevolmente lo accompagna ed assiste, in uno scenario che alterna la miseria di vicoli e bassifondi allo splendore delle dimore signorili.
E pensare che alla “prima” a Napoli, e in seguito a Palermo, l’accoglienza di critica e pubblico fu decisamente fredda. Ben presto tuttavia prevalse la consapevolezza della novità rivoluzionaria, per il cinema mondiale, di un film vero e intenso, di avanguardia per linguaggio e stile, che travolgeva simbolicamente le solenni scenografie di cartapesta dei kolossal storici in voga all’epoca per cimentarsi con la narrazione della contemporaneità, anche nei suoi risvolti più amari.
“Quando la cinematografia è quella con cui è stata riprodotta la riduzione del mio dramma Sperduti nel buio, non c’è più da discutere: siamo in piena arte”, dichiarò nel 1914 Bracco in un’intervista a Saverio Procida. E quindici anni dopo, su “Comoedia”, chiarì il senso del titolo: la cecità del protagonista “simboleggia il buio sociale nel quale tanti esseri umani, ignoti ignari abbandonati a se stessi, son condannati a sperdersi”. Nel buio della miseria e nell’indifferenza dei “benpensanti”.


