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L’opposizione alla prova dopo il referendum

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Non sono tanto le dimissioni di Daniela Santanchè a spiegare ciò che sta accadendo, quanto il modo in cui esse sono maturate. Quando un presidente del Consiglio è costretto a rendere pubblica la richiesta di dimissioni di un proprio ministro e a sostenerla con una pressione crescente, il punto non è solo se la crisi si risolve. È il limite della guida politica che emerge, è la distanza tra la rappresentazione di un esecutivo forte e la realtà dei suoi strumenti. Se devi esporti così tanto per ottenere un risultato interno, significa che il baricentro della decisione non è più nella guida politica ma nella gestione del conflitto. Questo passaggio non indebolisce solo l’immagine del premier, ma sposta gli equilibri, perché segnala che la leadership non è più sufficiente a chiudere le partite senza mediazioni visibili. C’è poi un altro elemento che merita chiarezza.

Le dimissioni vengono lette dentro la scia del referendum e della vittoria del No, ma tra le due cose non esiste un nesso diretto. Non c’è alcun automatismo istituzionale che colleghi l’esito di una consultazione popolare alla permanenza in carica di quel ministro.

Se la decisione arriva in quel momento, allora assume un altro significato. Non è una reazione, è una presa d’atto. E in quanto tale equivale a una vera e propria ammissione di colpa, perché riconosce che il problema non era circoscritto ma già inscritto nella dinamica complessiva dell’azione di governo. Giorgia Meloni chiude la vicenda, ma ne esce indebolita quanto a credibilità. Probabilmente, siamo di fronte a una resa dei conti dentro Fratelli d’Italia. Togliere di mezzo Santanchè significa ridimensionare Ignazio La Russa.

Nel frattempo, si muove anche la maggioranza. Le dimissioni da capogruppo di Maurizio Gasparri e la sostituzione con Stefania Craxi segnalano una ridefinizione dentro Forza Italia. In questa fase pesa l’iniziativa di Marina Berlusconi, che non si limita a sollecitare un rinnovamento ma introduce un diverso asse di legittimazione politica. È un segnale che riapre la partita dentro la coalizione e rimette in discussione una leadership finora considerata non contendibile.

A questo si aggiungono altri elementi non marginali. La legge elettorale resta senza una base condivisa e rischia di diventare uno strumento tattico più che una regola del gioco. Il rilancio programmatico non prende forma e il governo si muove per singoli provvedimenti, senza un disegno riconoscibile. Non è solo una difficoltà operativa. È l’inizio di un periodo in cui ogni scelta diventa più esposta e meno governabile. Ne esce una fase che non è ancora crisi ma non è più stabilità. In cui il problema non è cadere, ma governare restando in piedi.

Ed è qui che si misura il peso dell’opposizione. Perché la tentazione è duplice. Aspettare o chiedere le elezioni anticipate. Ma entrambe le strade sono insufficienti. Le elezioni, in questo contesto, rischiano di essere una scorciatoia che non risolve nulla. Nella storia repubblicana chi le invoca raramente viene premiato. Più spesso non ottiene il risultato sperato, perde centralità o apre spazi ad altri. E proporle oggi, su iniziativa del Governo, significherebbe replicare l’azzardo già visto con il referendum confermativo. Una scelta che espone senza controllo sull’esito e che, proprio per questo, finisce per rafforzare l’incertezza invece di ridurla. Ma proprio perché non produce soluzioni, per l’opposizione restare solo a guardare non serve a nulla. Il punto è cominciare a costruire una proposta complessiva, non un contenitore elettorale ma un impianto politico. Posizioni nette su Europa e alleanze internazionali, su fisco e politica industriale, su infrastrutture e grandi opere, sulla politica energetica, sulla riforma della pubblica amministrazione e degli enti locali, sui diritti civili, su pensioni e denatalità, sul futuro dei giovani, su uno sviluppo sostenibile che tenga insieme crescita e ambiente, sulla tutela del lavoro dentro i grandi mutamenti tecnologici. E, poi, politiche culturali non ideologiche, capaci di interpretare i grandi cambiamenti in atto.

Per questo il dibattito sulle primarie appare fuori tempo. Il rischio è trasformare una mancanza di linea in una competizione suicida tra nomi. La politica, quando è credibile, segue un ordine più semplice. Prima il progetto, poi la leadership.

Perché non basta solo che un equilibrio si rompa. Serve qualcuno capace di costruirne uno più solido.

Fonte: https://napoli.repubblica.it/cronaca/2026/03/29/news/l_opposizione_alla_prova_dopo_il_referendum-425251358/?rss

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