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I dati politici non vanno processati

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C’è un punto preciso in cui il commento politico italiano deraglia: quando smette di leggere i fatti e comincia a processare gli elettori. È successo anche stavolta. Il referendum sulla separazione delle carriere ha restituito un risultato netto. Il No ha prevalso nelle grandi città, nel Mezzogiorno, in buona parte del Centro-Nord urbano. Il Sì si è concentrato nell’asse lombardo-veneto-friulano. Questo dicono i numeri. Il resto è interpretazione, e l’interpretazione richiede disciplina.

Eppure in queste ore si è letta un’altra cosa: non un’analisi del voto, ma una requisitoria morale contro chi ha votato No. Il Sud, i giovani, l’università, il pacifismo, l’assistenzialismo, i ceti improduttivi — tutto messo in fila in un’unica narrazione accusatoria. Gli elettori non vengono capiti, vengono classificati. E classificati in modo gerarchico: territori virtuosi e territori viziati, voto giusto e voto sbagliato. Non è analisi. È sociologia del colpevole.

Chi è abituato a lavorare con i dati sa una regola banale: i numeri pongono vincoli all’interpretazione. Non dicono tutto, ma non consentono qualunque cosa. Se il No vince a Napoli e a Torino, a Palermo e a Bologna, a Roma e a Firenze, a Bari e a Genova, e perfino a Milano, il problema non è il vizio congenito di una parte del Paese.

Il problema è che la proposta del governo non è diventata maggioritaria. E la prima domanda da porsi non è chi abbia corrotto gli elettori: è dove si sia interrotto il rapporto di fiducia. Se il No fosse il prodotto dell’assistenzialismo e della propaganda, non si spiegherebbe la sua vittoria nei capoluoghi del Nord. Se fosse il riflesso dell’improduttività, non si spiegherebbe Milano. La distribuzione del voto smonta la caricatura prima ancora di doverla discutere.

La verità è più semplice e più scomoda. Una quota larga di elettorato ha percepito la riforma come un passaggio non neutro, non tecnico, non semplicemente amministrativo. E ha risposto con prudenza. Quando una riforma viene raccontata come soluzione universale ma percepita come bandiera di parte, il Paese si ferma.

Quando il potere pretende di essere creduto per quello che proclama e non per quello che dimostra, gli elettori prendono le distanze. Gli elettori non hanno detto che la magistratura è perfetta, né che ogni riforma sia un attentato alla Costituzione. Hanno detto, più sobriamente, che non volevano una delega in bianco. Che preferivano fermarsi. Liquidare quella scelta come il prodotto di bugie e meridionalismo non è un’analisi: è un modo per non farla.I dati politici, come tutti i dati seri, si possono discutere. Non insultare.

Fonte: https://napoli.repubblica.it/cronaca/2026/03/31/news/referendum_i_dati_politici_non_vanno_processati-425255089/?rss

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