

Il voto referendario consegna un dato politico che sarebbe miope ridurre a semplice dinamica tecnica: il No ha vinto anche perché ha intercettato un disagio sociale e generazionale profondo, che trova nel Mezzogiorno e tra i giovani (in particolare studenti e mondo della formazione) i suoi epicentri più evidenti.
Sul Sud il quadro è chiaro: affluenza più bassa rispetto al resto del Paese, ma tra chi ha votato il No si è imposto con percentuali altissime. In Campania, Sicilia e Puglia il segnale è netto, a Napoli addirittura travolgente, oltre il 75%. Questo doppio dato (meno partecipazione, ma orientamento deciso) racconta una frattura: una parte dell’elettorato ha scelto l’astensione; un’altra si è mobilitata per esprimere dissenso. Napoli, in particolare, assume un valore simbolico e politico. Non è solo una percentuale: è la rappresentazione di un malessere che attraversa scuole, università, lavoro (che non c’è) e territori. Qui il No diventa anche il voto di una generazione che studia in strutture spesso sottofinanziate, vive il diritto allo studio come un percorso a ostacoli e percepisce politiche pubbliche lontane. Il tema dell’autonomia differenziata ha inciso profondamente: l’idea di un sistema più diseguale tra territori, anche nell’istruzione, è vissuta come una minaccia concreta.
Dentro questa dinamica pesa anche la questione dei fuori sede. La scelta del governo di non consentire il voto nel luogo di domicilio temporaneo ha colpito soprattutto studenti universitari e giovani lavoratori. Da un lato ha contribuito all’astensione nel Mezzogiorno; dall’altro ha spinto chi ha potuto, a tornare e votare, con un atteggiamento di protesta. Ed è proprio il voto giovanile l’altro dato politico rilevante. Le analisi indicano che la fascia 18-34 anni si è espressa in misura maggioritaria per il No. Altro che disinteresse: quando la posta in gioco tocca il proprio futuro (istruzione, lavoro, possibilità di restare o partire) i giovani partecipano e scelgono, anche contro chi li ha delusi. Negli ultimi anni le promesse rivolte ai giovani sono rimaste in gran parte disattese. Scuola e università restano sottofinanziate, con carenze strutturali e diritto allo studio diseguale, soprattutto al Sud. E sul lavoro la precarietà resta la regola.
Nel Mezzogiorno queste contraddizioni si amplificano. Studiare spesso significa prepararsi ad andare via, mentre avanzano progetti, come l’autonomia differenziata, percepiti come un ulteriore indebolimento del sistema pubblico. Ne deriva una sfiducia crescente, che si traduce in astensione o voto contrario.
Ma il voto manda anche un messaggio che va oltre il merito del quesito: una parte del Paese, soprattutto nel Mezzogiorno e tra i più giovani, non si riconosce più nelle risposte offerte dal governo e dalla politica. Non è solo protesta, è distanza accumulata nel tempo. Dove mancano lavoro stabile, accesso equo alla formazione, possibilità di restare senza dover partire, il voto diventa uno strumento per farsi sentire. Questo segnale riguarda tutti, ma interpella soprattutto il centro-sinistra. Per anni ha parlato a questi mondi senza riuscire fino in fondo a rappresentarli, lasciando spazio alla disillusione e all’astensione. Ora serve capire perché tanti si erano allontanati e tornare credibili su economia, lavoro, diritti, salute, welfare, scuola e università, con scelte riconoscibili. Perché il voto al No non è acquisito al centro-sinistra: è una possibilità.
Ridurre tutto a stereotipi (il Sud assistito, i giovani manipolati da “cattivi maestri”, come alcuni commentatori e politici di destra stanno facendo, con insipienza, quando non in mala fede) significa non voler vedere la realtà. Il voto dice altro: esiste una domanda di istruzione, diritti e futuro. E a Napoli questa domanda si è trasformata in un No netto. Il No, allora, non è solo il rifiuto di una riforma. È un segnale politico che attraversa territori e generazioni. Ignorarlo sarebbe un errore.


