

Un uomo e la sua squadra si ribellano insieme. La vittoria numero 21 di un campionato ancora da decifrare non si dimentica. Hanno tutti qualche motivo per sentirsi in debito con gli immancabili 50 mila, con la società, con se stessi. Tanti che hanno deciso di reagire, urlare, vincere, essere dominanti ora o mai più.
È la notte che segna finalmente un punto di confine tra due Napoli. Quello afflitto da malanni muscolari inspiegati, misteriosi, lentissimi da guarire, con pregiudizio di frequente recidiva. E questo che corre feroce e leggero, irraggiungibile negli scatti verso la profondità, carico di gol da smaltire e cose da raccontare.
È il Napoli di Antonio Conte. Si era nascosto dietro vittimismi e dolente retorica, si sentiva come assediato, vedeva nemici e ombre ovunque, si era però ingarbugliato in formazioni ripetitive, e stentava a uscirne come da un labirinto. Sentirgli dire «ma io parlo italiano» non era un’offesa per chi lo ascolta tutti i giorni, era la prova di un corto circuito nella comunicazione. Incompreso quando si ostinava a tenere Alisson in panchina per poi slegarlo nella ripresa e sperare che risolvesse, il monello brasiliano appena arrivato, partite che si erano intanto fatalmente complicate. Incompreso quando imponeva un impresentabile Anguissa a centrocampo, ed era costretto a ritiralo. Incompreso quando la velata allusione alla Nazionale lo aveva messo al centro di contorti discorsi sul suo futuro a Napoli, pur essendovi un contratto che scade tra un anno.
La rivolta di Antonio Conte per riprendersi i consensi che in parte aveva perso a Napoli si realizza in due momenti. Corregge la formazione sottraendole Anguissa, Spinazzola, Beukema. I peggiori delle ultime prove. Libera poi quella grinta come solo lui sa trasmettere, quando entra nella testa dei suoi in una puntualità istintiva. I giocatori e lui: una sola squadra, un solo branco di lupi, un solo Napoli. Aggressivo, implacabile, vincente. La Cremonese si chiede ancora da quale Tir sia stata stesa al suolo.
Da Conte agli altri. Per tutti cambia il verbo. Basta passeggiare come nel mesto pareggio con il Parma e nella desolata sconfitta interna con la Lazio. Il calcio è correre. Lottare. Aggredire. E lo dimostrano i due giocatori più tecnici e celebri. McTominay è devastante nelle sue incursioni, eccitato dal primo gol, un gol lampo folgorante, prosegue nel dominare da gigante nello stadio che lui stesso ha portato al delirio. De Bruyne che ha patito il dubbio di una possibile esclusione trova sul centrodestra la pista del suo attesissimo decollo verso le vette che sembrava aver perso. Come McTominay e De Bruyne anche Hojlund si libera di prepotenza del controllo di Baschirotto per volare verso la rete, rete ineludibile per la Cremonese, che Terracciano si incarica di sporcare con una involontaria deviazione. Tatticamente prezioso a destra, bentornato Rrahmani, quando è mancato il regista difensivo del miglior Napoli.
Vittoria di muscoli guariti, di orgoglio e livori riuniti in una reazione totale, voglia di rimettere tutto in discussione. Bravo Conte, può ora dire davvero di aver parlato in italiano. Vincere con una squadra che corre, aggredisce, segna 4 gol d’impeto. È il suo calcio questo. Magari tardi quest’anno, ma lode a lui. La serata del genio che si è fatto finalmente comprendere.


