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Campania, le nuove sfide della Regione

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Nel chiasso mediatico del dopo voto si colgono elementi utili a indicare quel che possiamo attenderci. Così Fontana, leghista e presidente della Lombardia, sul Corriere della Sera (26 marzo): “Bisogna trovare il modo di capire come si possa mettere il Nord, che è la parte sana e produttiva del Paese, di competere con le regioni europee più avanzate”. Se ne trae l’implicita affermazione che la restante parte è meno sana e produttiva, o addirittura malata e improduttiva. È un insulto diretto e inequivoco in specie al Mezzogiorno. Si può intendere che sia voce dal sen fuggita, per l’inatteso risultato delle urne? No, perché si inserisce nell’affermazione di una strategia, volta alla necessità per il paese di un impianto federale, sul quale “non abbiamo mai cambiato idea”.

Dice il vero. In Senato il 18 maggio 1994 Tabladini, capogruppo della Lega Nord, in discussione generale e in dichiarazione di voto sulla fiducia al Berlusconi I chiede al presidente del consiglio un più chiaro e forte impegno sul federalismo. Tornando alle origini, ancora in Senato, nella dichiarazione di voto per il governo Goria (primo agosto 1987) sentiamo Bossi attaccare il centralismo statalista, l’assistenzialismo per il Mezzogiorno e la disattenzione per le autonomie regionali. In specie, “in Lombardia, nel Veneto, in Piemonte, in Liguria, in Emilia i cittadini sono stanchi di pagare per un assistenzialismo vecchio, che non ha prodotto ancora lo sviluppo del Sud”.

Una narrazione che da 40 anni si ripete tal quale, e nel tempo ha prodotto molti danni. Non per caso ritroviamo le regioni citate da Bossi sia negli accordi di autonomia differenziata (Ad) del 2018 (senza Piemonte e Liguria), sia nelle intese preliminari firmate da Calderoli, su delega di Meloni, prima dell’ultimo voto regionale (senza Emilia-Romagna). Questa è ora la partita dell’Ad.

Il voto del 22-23 marzo introduce elementi di novità in un quadro coperto dalle muffe del tempo trascorso? Certamente sì, dice il presidente Fico a Ottavio Ragone su questo giornale, e ha ragione. Colpisce la compattezza sul No del Sud, anche dove governa la destra. L’ira di Giorgia Meloni, gli stracci volati nella maggioranza e la raffica di dimissioni, trovano causa anche nell’inatteso parziale smottamento di una base elettorale che a destra si riteneva solida. Un segnale di pericolo in vista del prossimo voto politico. Soprattutto considerando – anche su questo Fico ha ragione – che il segnale si aggiunge a quello già dato con l’Ad, e vede una importante partecipazione di giovani. È possibile che sia il momento del Sud. Certo è che la battaglia continua, e finirà solo con le prossime elezioni politiche.

Nel referendum la destra ha indubbiamente subito un colpo su tutto il trittico di riforme che aveva in campo. Una modifica della Costituzione per il premierato è ora improbabile in quanto esposta a un secondo – e rischioso – voto popolare. Invece, una nuova legge elettorale – salvo uno scioglimento delle Camere tanto anticipato da renderla impossibile – rimane nell’orizzonte della maggioranza. Potrebbe realizzare l’obiettivo di Meloni: rendere Palazzo Chigi dominante nell’architettura costituzionale. Nel caso, si troverà una quadratura per gli interessi divergenti tra i partner della coalizione – collegi, preferenze – e non c’è da illudersi che si cerchi davvero un’intesa con le opposizioni.

La maggioranza punterà al sistema che offre le migliori prospettive di rimanere a Palazzo Chigi. Punti fermi, probabilmente, proporzionale e megapremio di maggioranza per chi vince con almeno il 40% dei voti. Per il resto, si vedrà. In parte diverso il caso dell’autonomia. La Regione può avere un ruolo, e assumere iniziative di cui ho già scritto su queste pagine. Voglio qui invece cogliere le parole di Fico sulla difesa della Costituzione. Indubbiamente nel voto del 22-23 marzo ha pesato, a partire dalla raccolta delle firme, una partecipazione popolare spontanea, in specie da parte dei giovani, che ha trascinato forze politiche e sindacato più che esserne guidata. È un patrimonio da consolidare, per dare nuovo ossigeno a una democrazia rappresentativa in affanno.

Fico ci dice che le istituzioni vanno aperte per sconfiggere l’astensionismo, e che la Regione lo sta facendo. Bene. Ma può fare di più e meglio. Con Rigenera Campania discuteremo, martedì 31 presso la Fondazione Sudd, di “irruzione democratica” insieme all’assessore regionale Morniroli. Se son rose, fioriranno.

Fonte: https://napoli.repubblica.it/cronaca/2026/03/29/news/campania_le_nuove_sfide_della_regione-425251350/?rss

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