

Epatite A, corsie piene e barelle. Il Cotugno, a leggere i dati, è alle corde ma la direzione frena. L’epidemia corre comunque e dal polo infettivologico alle 10 di ieri era stato lanciato un alert. In sostanza comunicava al Core, il Centro regionale emergenza: “Posti letto esauriti, non mandate qui pazienti dagli altri ospedali”. Non è il colera e neppure l’Aids o, ancor peggio, il Covid, ma la situazione preoccupa. Il virus si sta diffondendo molto, oltre la media stagionale.
Il sindaco Manfredi ha firmato un’ordinanza con la quale vieta il consumo di frutti di mare crudi “a seguito della nota del Dipartimento di Prevenzione dell’Asl Napoli 1 Centro, che ha rilevato una diffusione del virus superiore di 10 volte rispetto alla media degli ultimi dieci anni e di ben 41 volte rispetto all’ultimo triennio”. A sciorinare i numeri a “Repubblica” è la viceresponsabile del pronto soccorso Novella Carannante: «Ieri siamo riusciti, a fine mattinata, a ricoverare 9 dei 14 pazienti in attesa sulle barelle, mentre i 7 reparti (uno però è dedicato solo ai malati di tubercolosi, ndr) che contano circa 120 posti letto sono pieni. Ecco perché è stata allertata l’emergenza regionale, proprio per evitare ulteriori trasferimenti dal territorio. Ritengo fondamentale avvertire la popolazione: il vaccino contro il virus A è l’unico strumento valido di prevenzione».
Gli ospedali da cui sono partite le richieste di trasferimento di pazienti al Cotugno, sono quelli di Aversa, Frattamaggiore e Pozzuoli. Poi, a metà mattinata, la direzione dell’ospedale ha minimizzato: “Non sussiste alcuna emergenza. La situazione al pronto soccorso si mantiene complessivamente stabile”.
Ma come si è arrivati a un contagio diffuso e cosa si sta facendo per arginarne l’estensione lo spiega Giuseppe Iovane, direttore dell’Istituto zooprofilattico.
In premessa va precisato che oltre a quello di Napoli e provincia sono coinvolti nell’epidemia anche i territori di altre Asl. Prima di tutto della Napoli 2 Nord: «Da due mesi è iniziata l’epidemia. Sono tre le aree di cui abbiamo avuto risultati positivi: Nisida per ostriche e mitili, Bacoli e Varcaturo solo per mitili». Una delle probabili cause (ma potrebbe esserci pure quella di un’infezione precedente) sarebbe «la rottura di una fogna e un’esondazione dei bacini di contenimento, conseguenza delle grosse piogge dei mesi precedenti, in particolare di novembre e dicembre. E di qui si è arrivati alla contaminazione di 22 specchi d’acqua marina che, a causa delle correnti, a sua volta, ha coinvolto gli stabilimenti di produzione (non certo prossimi agli scarichi fognari)».
Lo Zooprofilattico fa parte dell’Osservatorio del Mare del litorale costiero che, oltre alla sezione “ittiopatologia” ha anche in carico la sicurezza alimentare con il compito di effettuare analisi periodiche sulle acque, per prevenire infezioni all’uomo e come ausilio tecnico scientifico ai produttori di mitili. «Noi sistemiamo le boe che designano la collocazione delle cozze in mare. Da quando è iniziata l’allerta epatite A, abbiamo analizzato 142 dei campioni provenienti dalle aree marine e dalle pescherie, trovando positivi 7 “pool” (6 di mitili e uno di ostriche). Ovviamente, traducendo in cifre, i frutti di mare risultati contaminati saranno significativi. Da Nisida, Bacoli e Varcaturo le altre positività.
Dei 9 campionamenti vegetali (frutta fresca, in particolare) nessun positivo». A dire la sua, tirando le fila complessive delle positività registrate è anche la Regione che, attraverso comunicazione ufficiale, precisa: «Mercoledì risultavano 133 casi, con un incremento che richiede massima attenzione sul fronte della sicurezza alimentare, sorveglianza epidemiologica e informazione». Via a controlli serrati. Ma l’aggiornamento di ieri sera dice: 154 casi ufficiali, altri 22 ancora da verificare. L’epatite A, infezione acuta del fegato, si trasmette per via oro-fecale, attraverso acqua o cibi contaminati oppure per contatto stretto con persona infetta. Il periodo di incubazione varia da 15 a 50 giorni. Tra i sintomi: febbre, malessere, nausea, dolori addominali. Un’altra fonte di rischio è rappresentata dai cibi consumati crudi o poco cotti come possibili responsabili del contagio.


