

Catturare un’istantanea di verità in uno scatto può raccontare un momento semplice, apparentemente ordinario, in modo straordinario». Così ha sottolineato in più occasioni la nota e pluripremiata fotoreporter colombiana Luz Elena Castro, che ha portato a Napoli, ai Magazzini Fotografici, il progetto “Forgotten People”, a cura di Paolo Dell’Elce (via San Giovanni in Porta, 32, fino al 19 aprile; orario di visita: dal mercoledì al sabato 11-13.30 e 14.30-20, domenica dalle 11 alle 14).
Nell’epoca dei simulacri, della scomparsa della politica, della spettacolarizzazione, può esserci ancora un ruolo per un’arte che rifletta sulla condizione del mondo, che ne penetri l’opacità, che ne additi ai contemporanei le contraddizioni, le zone d’ombra, i conflitti nascosti? Il lavoro di ricerca fotografica di Castro, classe 1955, nasce da una posizione etica precisa: dare un volto a quelle persone che vivono ai margini del sistema sociale e culturale, scegliendo di documentare realtà spesso ignorate o rimosse. «Fin dall’inizio della mia carriera – racconta Castro, che ha esordito nel 1979 come fotografa del quotidiano El Mundo – ho sentito un legame speciale con le persone dimenticate del mondo. Con le foto dei loro volti, dei loro drammi e della loro vita quotidiana, ho cercato di richiamare l’attenzione degli altri su di loro. Nonostante la loro situazione di povertà, abbandono e miseria, c’è una forza che sgorga dai loro spiriti e che io mi sforzo di catturare».
Ai Magazzini Fotografici, spazio indipendente diretto da Yvonne De Rosa, viene presentata una selezione di scatti di Luz Elena Castro realizzati tra gli anni Ottanta e Novanta nell’ambito della lunga attività di fotogiornalismo dell’autrice. “Sin Horizonte, Medellín, 1982”, una delle immagini in mostra, ritrae una donna di spalle. «È una foto altamente simbolica: la donna rappresenta la solitudine della guerra al narcotraffico in Colombia» spiega Castro. Mentre in un altro scatto, “Dios te Bendiga, Olaya Herrera Airport, Medellín, 1979” tratto dalla serie “Volti del Conflitto”, l’artista racconta di aver ritratto un soldato che saluta la madre prima di partire per il servizio militare. «Questo soldato – continua – mi ha chiamato vent’anni dopo per dirmi che sua madre era morta, ma che lei aveva conservato un ritaglio di giornale con questa foto».
La fotografia di Castro si fa specchio del mondo. E proprio con l’obiettivo di comunicare e stimolare la sensibilità dello spettatore, ci invita “scomodamente” a prendere coscienza e conoscenza tra ciò che accade dietro e davanti l’obiettivo. La reazione auspicabile è sì ciò che l’immagine suscita, senza offrire soluzioni né consolazioni, ma, soprattutto, uno spazio di riflessione in cui la fotografia torni ad essere luogo di incontro, memoria e coscienza critica.


