

«E da questo momento “vigilanza proletaria” e nisciuna vanteria». Parole che Marco Bellocchio fa pronunciare a Raffaele Cutolo, interpretato da un bravissimo Gianfranco Gallo nella serie “Portobello” sul caso di Enzo Tortora. Infuria il terremoto del 23 novembre 1980, mentre i delfini di Cutolo, ’o professore, fondatore della Nuova camorra organizzata nel carcere di Poggioreale (ricreato ad Oristano) fanno fuori a coltellate quattro rivali detenuti. La serie Hbo Original, girata in parte a Napoli tra la caserma Pastrengo, l’ex tribunale Castel Capuano, piazza Monteoliveto e piazza del Gesù, è visibile su Hbo Max da venerdì 20, prodotta da Our Films e Kavac Film. Per “Portobello” Bellocchio ha scelto molti attori napoletani e campani come il co-protagonista Lino Musella nel ruolo di Giovanni Pandico ’o pazzo, uomo di fiducia del boss che accusa Tortora, Alessandro Preziosi, Massimiliano Rossi, Irene Maiorino, Antonia Truppo, Giovanni Buselli, Salvatore D’Onofrio e Francesco Russo. Camei di Valeria Marini che fa Moira Orfei e Tommaso Ragno nel ruolo di Marco Pannella.
Gianfranco Gallo, lei ha interpretato molti boss, da Ciruzzo ’o milionario nel film “Milionari” di Piva al pentito Donnarumma coinvolto nell’omicidio di Giancarlo Siani in “Fortapàsc” di Marco Risi, ma voleva dare il volto al sanguinario boss di Ottaviano.
«Da tempo inseguivo la figura di Cutolo, mi ha sempre interessato. Marco Bellocchio lo ha reso possibile, come nel suo stile. Ho interpretato tanti boss al cinema, questi racconti sono spesso troppo intrisi di cronaca o, al contrario, di tante invenzioni. “Portobello” invece è pieno di simbolismi e visione, c’è un giudice che a un certo punto veste la maschera di Pulcinella».
Come ha costruito un personaggio così feroce come il boss Cutolo?
«L’approccio è sempre non guardare solo il lato oscuro dei boss, ma anche il lato umano, a volte brillante dei criminali. Al cinema Cutolo è stato interpretato solo da Ben Gazzara ne “Il camorrista”. Mi sono confrontato sempre sul set con Bellocchio che accettava i miei punti di vista. E alla prima a Roma mi ha lusingato dicendomi che mi vorrebbe dirigere ancora. Cutolo è un boss di camorra ma è anche una persona, ha mille sfaccettature, stupiva con le sue parole, era un megalomane. Diceva che i collaboratori di giustizia che accusavano Tortora mentivano. Incredibile immaginare che quando Tortora divenne eurodeputato e andò all’Asinara dove era richiuso Cutolo, fece di tutto perché le condizioni dei detenuti fossero dignitose».
Ha studiato la figura di Cutolo anche perché ha scritto e diretto nel 2019 un corto sulla figlia più piccola di Cutolo, allora dodicenne, “Denise – al di là del vetro”, avuta con la fecondazione assistita mentre il boss era già al 41 bis da 12 anni.
«Ho intervistato un cutoliano che era in carcere con lui che ancora si baciava il santino di Cutolo. È stato per cinquanta anni in carcere, aveva un esercito di 1.300 affiliati. Ho parlato molto con la vedova, Immacolata Iacone e con la sorella Rosetta. Mi piacerebbe fare una serie tutta su Raffaele Cutolo».
Enzo Tortora premiò suo padre, il grande Nunzio Gallo…
«È proprio così. È stato un amico a dirmelo: ha trovato una fotografia in cui mio padre, Nunzio Gallo, fu premiato da Enzo Tortora quando vinse, nel 1958, insieme con Aurelio Fierro il Festival di Napoli con “Vurria”».


