

C’è un equivoco di fondo che attraversa da anni il dibattito politico italiano: l’idea che la sinistra perda essenzialmente perché non ha ancora trovato “il leader giusto”. È un mantra recitato per esorcizzare la resa dei conti. Come se bastasse solo un nuovo volto in copertina per risolvere l’afasia di un campo politico che ha smesso di parlare la lingua della società.
Il tema è questo. La destra continua a vincere non solo perché è più compatta e sa marciare al passo dell’epoca, ma perché intercetta il bisogno di certezze in un mondo liquido che pare offrire solo precarietà a buon mercato: identità contro smarrimento, confini contro globalizzazione, appartenenza contro solitudine. La sinistra, invece, sembra oscillare tra due tentazioni: da un lato la nostalgia del “popolo che fu”, dall’altro l’illusione di un’élite urbana che si compiace rimirandosi allo specchio come in un salotto borghese del primo Novecento, dove ci si riconosce e ci si applaude a vicenda. Nel mezzo, il ceto medio – quello che da sempre è stato la spina dorsale della Repubblica – è abbandonato a sé stesso, impoverito dall’inflazione e strangolato da una tassazione percepita come ingiusta. Intorno, l’eterno dibattito sulla leadership. La vicenda di Elly Schlein è esemplare. Elevata a simbolo di un progressismo che piace alla gente che piace, è stata subito trasformata in parafulmine. Il problema, ovviamente, non è lei. Il punto riguarda un partito che non ha un’identità da offrire e, dunque, scarica la responsabilità sul capo di turno. Prima è toccato a Veltroni, poi a Bersani, poi a Renzi. Domani sarà un altro a farne le spese. Una ripetizione degna dell’“eterno ritorno” dell’uguale, ma senza averne la grandezza. Solo routine e logoramento.
La verità è che il centrosinistra non ha ancora sciolto il nodo degli ultimi trent’anni: vuole essere la sinistra di governo di un moderno Paese capitalistico e occidentale o un laboratorio permanente di minoranze radicali che trovano conforto nella testimonianza? Ogni volta che prova a fare entrambe le cose, implode. Da un lato ambisce ai voti cattolici e moderati, dall’altro strizza l’occhio ai salotti radical chic. Da un lato corteggia i giovani precari, dall’altro rassicura i poteri forti. Risultato: non conquista nessuno e delude molti.
Intanto la destra, con una semplicità quasi brutale, recita un copione che funziona. Meno tasse (a parole), più confini, nemici chiari e amici ancor più chiari. Concetti elementari, ma capaci di fare presa. Non serve grande raffinatezza ideologica per capire che Giorgia Meloni appare come la figura che incarna coerenza e forza, mentre il fronte progressista continua a sembrare un condominio di pavoni litigiosi.
Eppure, non è scritto da nessuna parte che debba andare sempre così. La storia recente insegna che in Italia i cicli politici si logorano in fretta. La Lega di Salvini ha conosciuto l’apogeo e il declino nell’arco di due estati. E così le stelle di Draghi e dei governi Conte. Nessuna maggioranza dura per sempre. Ma affinché il centrosinistra possa cogliere l’occasione deve smettere di giocare al toto-Messia e ricominciare a costruire un progetto che parli alla società reale, non solo ai convegni universitari e ai circoli autoreferenziali. Ecco il paradosso. Il centrosinistra corre, si agita, si sposta di continuo, ma sempre in cerchio, tornando sistematicamente al punto di partenza. Movimento senza direzione, cambiamento che non cambia. Una frenesia che non produce mai una vera svolta, ma solo nuove tappe dello stesso viaggio estenuante. Una prova di resistenza senza vie di uscita.
Ma se oggi c’è davvero una resistenza, non è quella dei partiti ma dei militanti che ancora li seguono. Loro resistono, scegliendo il centrosinistra non per mera convinzione ma per inerzia, quasi per adempimento di un dovere antico. È una fedeltà malinconica, quasi liturgica. Un sostegno che sa più di rassegnazione che di speranza.
Ecco perché il centrosinistra oggi rischia di incarnare la condizione più ingrata: non cade, ma nemmeno si rialza. Vive in un limbo dove l’immobilità vale come sopravvivenza, e la sopravvivenza viene scambiata per strategia. Tanto gli elettori, stanchi ma fedeli, continuano a compiere il loro rito. È la sintesi perfetta per rappresentare quella parte rilevante del Paese che, parafrasando Flaiano, continua a dividersi tra chi ha già perso e chi sta per perdere. In mezzo, nessuno.


