

Settantadue minuti.
Non è un dettaglio, è già una posizione politica. Un discorso di settantadue minuti non serve a convincere, ma a occupare spazio. È un modo per dire: ci sono io, e resto. Il tempo, in politica, è sempre una forma di potere.
Al Forum di Davos, dove si va per parlare di futuro, Donald Trump ha scelto il passato più antico: il monologo. Un flusso continuo, ripetitivo e autocelebrativo. Settantadue minuti servono a stancare l’ascolto, a ridurre la possibilità di replica, a non lasciare spazio alle domande. La politica contemporanea non cerca più il consenso, ma l’attenzione prolungata. E quando questa è assicurata, il contenuto può permettersi delle libertà. Così i luoghi si sono spostati, le mappe hanno perso precisione, le alleanze sono diventate optional. La Groenlandia ha rischiato di scivolare verso l’Islanda, la Nato è stata raccontata come una cena in cui paga sempre lo stesso, l’Europa come quell’amico che arriva tardi, mangia molto e poi discute il conto, le energie rinnovabili come un fastidio ideologico.
C’era anche molta autocelebrazione, naturalmente. Successi rivendicati, errori altrui sottolineati: non una visione del mondo, ma una narrazione coerente di sé. In fondo, l’idea era semplice: se parli abbastanza a lungo, la realtà si stanca, si siede e smette di fare domande. E alla fine ti dà ragione per quieto vivere.
Settantadue minuti così non sono un discorso, ma una tecnica: un modo elegante per dire che, oggi, in politica non vince chi ha ragione, ma chi resta in piedi più a lungo.
A sentirlo parlare, sembrava che il mondo fosse un luogo molto più semplice di come lo ricordiamo: fatto di poche grandi verità chiarissime, di torti evidenti, di amici riconoscenti e di nemici ingrati, con l’unico difetto di essere spiegato male da tutti quelli che non erano lì sul palco. In quella versione dei fatti, non c’era bisogno di controllare mappe, dati o precedenti: bastava ricordare come erano andate le cose secondo lui, perché la memoria diventasse automaticamente storia e la sicurezza del tono facesse il resto.
E mentre le isole cambiano posto e i numeri cambiano senso, il discorso, purtroppo, continua.
Fonte: https://napoli.repubblica.it/cronaca/2026/01/25/news/il_lungo_monologo_del_potere-425116331/?rss


