domenica, 30 Novembre, 2025
8.9 C
Napoli

Il vento di pace portato dalla Flotilla

- Advertisement -https://web.agrelliebasta.it/la-mattina/wp-content/uploads/2021/01/corhaz-3.jpg

Quante orecchie deve avere un uomo prima che possa sentire la gente piangere, e quante persone dovranno ancora morire?”. Sessant’anni fa Dylan scriveva per Joan Baez un canto che divenne bandiera. Allora era il Vietnam, la guerra che spaccava famiglie e generazioni, che costringeva i giovani americani a partire per il fronte e altri a bruciare le cartoline di leva nelle piazze. In quelle piazze nacque una rivoluzione giovanile che inventò un linguaggio nuovo: musica, colori, utopie, parole che costringevano i potenti a fermarsi, almeno per un istante, davanti alla forza non violenta della protesta.

Era il vento di un tempo che cercava un nome diverso: pace, diritti, libertà. Non furono solo canzoni, ma corpi in marcia, sit-in davanti ai campus, migliaia di obiettori di coscienza pronti al carcere pur di non imbracciare le armi. Persino Woodstock, la festa della musica e della giovinezza, fu vissuta come un grido collettivo: “un altro mondo è possibile”. Era un vento che piegava i cannoni e obbligava i governi a ripensare le proprie scelte. Oggi quel vento soffia di nuovo, lo spero, ci credo, non nelle piazze di Berkeley o di Washington, ma tra le onde del Mediterraneo. La Flottilla che tenta di raggiungere Gaza non è un revival romantico: è cronaca viva, uomini e donne che scelgono di caricare, su navi fragili, farina e medicinali invece di rassegnarsi alla fame e ai bombardamenti. Sono state intercettate, abbordate, i passeggeri arrestati. Tra loro anche italiani.

Ma il gesto resta: il mare, da confine chiuso e tomba, diventa piazza aperta, luogo di resistenza civile. E intanto le piazze si riempiono davvero. Non è un riflesso di nostalgia, è la ribellione del presente. A Roma, Milano, Napoli, Genova, nel mondo i giovani gridano “ceasefire now”, le scuole e le università si auto-organizzano in assemblee, i porti annunciano scioperi, le comunità religiose aprono le porte per veglie e preghiere di pace. È un vento nuovo che attraversa i corpi, che restituisce fiato a una società abituata al silenzio. Non importa se le piazze non sono oceaniche: sono autentiche, perché dicono “non nel mio nome”. Il governo osserva con prudenza. La presidente Meloni ha parlato di “necessità di tutelare i nostri connazionali” e di “azioni estreme che rischiano di mettere in pericolo vite umane e la pace stessa”. Parole istituzionali, pronunciate con il rispetto del ruolo. Ma la politica, tutta la politica, appare incapace di andare oltre il linguaggio delle cautele.

Nessuno osa dire i nomi veri del dramma: i bambini senza pane, gli ospedali colpiti, le famiglie che attendono acqua e luce. I governi si accontentano di misurare i rischi, di amministrare l’esistente, ma non trovano più parole capaci di raccogliere la sfida del presente. Il vento che arriva dalle piazze e dal mare non lo intercettano: preferiscono rifugiarsi nel linguaggio degli equilibri. Eppure la storia insegna che sono i linguaggi nuovi a cambiare il corso degli eventi. Negli anni Sessanta la musica obbligò la politica ad ascoltare. Oggi le piazze e le navi, i cartelli improvvisati e le voci spezzate, chiedono di inventare un’altra lingua, una grammatica di pace. Non sarà la politica istituzionale a proporla, almeno finché resterà intrappolata tra calcoli e diplomazie di maniera. Tocca ai popoli, ai cittadini, alle piazze, ai giovani che non hanno memoria diretta del Vietnam, ma sentono sulla pelle Gaza e l’Ucraina. Il vento soffia, e non porta solo ricordi. Porta il sale del mare e il sudore delle piazze, porta onde e lacrime, porta la forza fragile di chi non ha potere se non la propria coscienza. È lo stesso vento che una generazione fa impose uno stop ai bombardamenti sul Vietnam e inventò un mondo nuovo. Oggi prova a spingere via i muri, a bucare i silenzi, a restituire respiro.

Non è romanticismo, è urgenza. Se le navi vengono abbordate, se le piazze vengono ignorate, se la politica resta muta, la storia scivolerà dalla parte sbagliata. Ma se il vento del mare incontra il vento delle piazze, se la coscienza collettiva diventa voce, allora la storia può ancora cambiare direzione. Il vento non si lascia fermare. Sta a noi decidere se respirarlo o fingere che non esista. Forse la storia non è finita. Forse la pace, se davvero torneremo a scendere in piazza e a navigare controvento, può ancora trovare casa. Già, navigare controvento. Perché “ogni generazione, per caso, è chiamata a liberare il mondo dalla catastrofe” ed è questa la nostra chiamata. Non più spettatori, ma vento che resiste, controvento, perché la pace diventi di nuovo storia.

Fonte: https://napoli.repubblica.it/cronaca/2025/10/05/news/il_vento_di_pace_portato_dalla_flotilla-424892589/?rss

spot_img
spot_img

Cosa fare in città

Archivi