

Dopo la prima Palermitana e il breve giro per teatri che l’hanno accolto e applaudito, giunge a Napoli, al Teatro Bellini “La rigenerazione” che Italo Svevo scrisse giusto un secolo fa cercando di dare conto delle inquietudini del suo tempo e immaginandone di nuove in una società dedita ad altro che al pensiero di come poter non tanto allungare la vita oltre il proprio tempo ma almeno di tramutare quella vecchia e stanca in quella di un uomo almeno più giovane per possibilità d’appetiti ed ambizioni non ancora appassite.
L’ha messa in scena per il Teatro Biondo di Palermo Valerio Santoro, direttore e regista cercando di forzare un po’ la mano per renderla vivace come una commedia lieve, d’intrattenimento direi, e quindi più commestibile in tempi di ansie sospettose che vorrebbero rifiutare i temi duri della vita che sfugge e del dolore che sembra percorrere le nostre giornate. Sorridendo dunque Santoro affida a Nello Mascia il gran lavoro di restituire al suo pubblico la leggerezza un po’ svagata di un pensatore in disarmo, padre di famiglia e capoclan di un gruppo che guarda in giro dicendo più sciocchezze che profondi pensieri e non si prende cura delle sue voglie attempate e desideri e paura che la vecchiaia sovrasti le ore troppo lunghe della sua giornata inutile. Mascia, anche complice le musiche originali di Paolo Coletta, raccoglie, mi sembra, la sfida e si lancia a disegnare i confini del suo personaggio nell’ansia della prima parte dubbiosa per la scelta del ricorrere o meno alla “miracolosa operazione” che gli darà vigore se non di ragazzo almeno di uomo ancora in forze e desideri impuri; e nella trasformazione del secondo tempo in cui, a cose fatte, le voglie esplodono e s’ingarbugliano in un gioco un po’ lubrico di scambi, di gesti e di parole da postadolescenti infervorati.
Mascia si diverte e diverte, questo è certo, perché ha sapienza e governo dei mezzi che un “vecchio attore” può mettere in campo, spaziando in palcoscenico con i compagni a costruire personaggi messi all’angolo. Successo quindi, anche se la commedia scorre con qualche lentezza e lunghezza ad onta dei tagli indispensabile per avvicinare il suo tempo di durata al sopportabile. E giochi sorridenti alle battute delle scioccherie pronunciate da quella borghesia che perde tempo a dare mollichine agli uccellini, a litigare per gelosie stupide, a correre dietro le gonne di una cameriera che finge compiacenza e si ritira, a parlare di tutto il nulla possibile. Lo fanno gli attori della Compagnia: Roberta Caronia figlia in gramaglie e forse vogliosa dio cedere al gioco che Massimo De Matteo offre al suo gustosissimo cascamorto in conquista, Matilde Piana moglie un po’ sciocca, Alice Fazzi servetta ansiosa nelle scelte di vita, e Nicolò Prestigiacomo, Mauro Parrinello, Roberto Burgio, Roberto Mantovani, in gran viavai di domande, risposte e decisioni. Ognuno a dire dei propri dubbi, facendo finta di avere certezze. Mentre il Giovanni Clerici di Mascia si dibatte tre le ansie del dover accettare o meno il rischio del fallimento del suo esperimento.
Mi sono chiesto, mentre il tempo dello spettacolo scorreva senza intoppi, cosa avrebbe mai scritto oggi Svevo davanti a tante bocche e volti e corpi rifatti dalle mai esperte dei chirurghi, di donne intente a fermare il loro tempo, e padrone di un gioco nefasto che mette all’angolo l’uomo in crisi di prestazione e senza troppe risorse, e se la vita che offre scampo alla morte ibernando i corpi o mandandoli in orbita, possa valere una commedia da recitare magari tra cent’anni. Non mi son dato però risposta, distolto dagli applausi alla fine dello spettacolo dati in premio agli attori. Lo spettacolo, con scene di Luigi Ferrigno, costumi d’eleganza ‘d’antan’ di Dora Argento e luci di Cesare Accetta. Si replica ancora questa sabato e domenica.


