
Il titolo è tutto un programma: “Disneyfication of Naples backfires”. Vale a dire che la cosiddetta “disneyficazione” della città, sempre più iperturistica, sempre più “un parco a tema”, si sta rivelando un vero e proprio boomerang. Lo storico quotidiano britannico The Telegraph dedica un ampio reportage al boom turistico di Napoli, sottolineando soprattutto le ricadute negative dei flussi in città, tra minacce all’identità del centro storico e insidie per la vivibilità dei residenti.
L’incipit dell’inviato, Nick Squires, rende subito l’idea: “Puntellata da infiniti negozi di souvenir, pizzerie e bar, è una sfida percorrere via dei Tribunali, una delle strade più storiche di Napoli. Guide con microfoni conducono lunghe colonne di passeggeri di navi da crociera e turisti a gustare street food, mentre i napoletani sfrecciano in motorino, zigzagando pericolosamente tra la folla”.
“Un tempo associata a criminalità mafiosa, rapine di strada e crisi dei rifiuti, Napoli sta vivendo uno straordinario boom turistico. – si legge ancora nel reportage – Si tratta dell’ultima città a trovarsi in prima linea nella battaglia del turismo, subendo le stesse pressioni che si sono fatte sentire in modo così acuto in destinazioni europee popolari come Venezia, Barcellona e Dubrovnik”.
Si va poi a fondo sulle conseguenze dell’overtourism, fenomeno a dire il vero sempre più globale, con “i proprietari che stanno cacciando via i loro inquilini per trasformare gli appartamenti in redditizie attività su Airbnb” e le “botteghe tradizionali sostituite da ristoranti in fotocopia che sfornano pizze e servono limoncello”.
Le voci intervistate dipingono un quadro dalle tinte particolarmente fosche. Livia, 79 anni, racconta il centro storico come una zona off limits per i napoletani. E di “processo di disneyficazione” parla Anna Fava, esperta di overtourism: “Il centro storico si sta trasformando in un parco a tema”. Su tutti, il caso dei Quartieri Spagnoli, con il celebre Largo Maradona, ormai imperdibile. “Ma i murales non c’entrano nulla con Napoli”, dice Fava al giornalista inglese. E si parla di un incremento del 40% degli affitti negli ultimi 10 anni, un business sul quale – scrive The Telegraph – ha messo le mani anche la camorra.
“Il turismo sta uccidendo Napoli. Il centro storico è perduto, scomparso”, dice il sociologo Francesco Calicchia. Di “minaccia esistenziale per i residenti, in grado di erodere un tessuto sociale che si è sviluppato nel corso di secoli erodendo la stessa identità di Napoli” parla Ugo Rossi, professore di geografia economica presso il Gran Sasso Science.
Di qui, l’esigenza di un tetto ai bed&breakfast. Il sindaco Manfredi, scrive il giornale, ha però rifiutato una richiesta di intervista, mentre l’assessora al turismo Teresa Armato dichiara che si stanno “monitorando” gli affitti turistici a breve termine e sono in via di adozione “misure per riservare alcune case popolari a gruppi a basso reddito come gli studenti”.
Già, ma perché Napoli funziona così tanto? The Telegraph parla di più fattori: i voli low cost, la popolarità sui social, ma anche la pervasiva narrazione della città attraverso libri, serie e film, “dal crudo Gomorra, basato sulla malavita mafiosa, ai romanzi popolari di Elena Ferrante”. In fondo non tutto è così nero: “Napoli è riuscita a risolvere la crisi della raccolta rifiuti che ne ha rovinato l’immagine più di un decennio fa. E sebbene i membri della camorra continuino a spararsi e accoltellarsi a vicenda in sanguinose vendette, il livello generale di criminalità è diminuito”, si legge nel reportage.
E non mancano voci ottimiste. Come quella di Vito, giovane barista: “Napoli sta cambiando e il turismo ci sta portando grandi benefici”. O quella di Antonio, 55 anni, tassista: “Così tanta gente fa bene alla città, il turismo è l’unico settore economico florido”. Proprio così: “Molti napoletani – annota il giornalista Nick Squires – hanno tratto profitto dal boom e sono ansiosi di non uccidere la gallina dalle uova d’oro”.
E all’orizzonte c’è l’America’s Cup. L’impatto sarà notevole, sentenzia Ugo Rossi, una sorta di “terremoto sociale”.


