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Oltre seimila poveri nell’area metropolitana, una guida aiuta i senza dimora di Napoli

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Cinquecento indirizzi utili per orientarsi nella Napoli della solidarietà. Un vademecum per poveri e senza dimora, stranieri e carcerati, un esercito invisibile – ma in forte crescita, dalla pandemia in poi – di 6500 persone nella sola area metropolitana, secondo gli ultimi rilievi Istat. È stata presentata ieri la guida “Dove mangiare, dormire, lavarsi a Napoli e in Campania”, quindicesima edizione di un vademecum redatto dalla Comunità di Sant’Egidio: contiene i riferimenti della rete di solidarietà del territorio, 54 mense, di cui 38 a Napoli e provincia, 36 centri di accoglienza, 32 centri doccia, 32 ambulatori medici a bassa soglia, 25 centri di aiuto e i centri anti violenza. Oltre a informazioni per la residenza anagrafica di prossimità, centri per l’impiego, distretti Asl, comunità di recupero e centri per le dipendenze e, ancora, scuole d’italiano e biblioteche. «La diffusione della povertà estrema sta assumendo toni drammatici. – commenta Benedetta Ferone della Comunità di Sant’Egidio – Le strutture di accoglienza a Napoli hanno una capienza totale di poco più di 400 posti, a fronte di un fabbisogno di quasi 3000 persone registrate con la residenza di prossimità: meno di un senza tetto su 5 ha dove dormire, dove ripararsi la notte». Di giorno, invece, inizia «una sorta di gioco dell’oca con le file per fare colazione, la doccia, una visita medica, prendere un panino». Anche per questo la Comunità di Sant’Egidio ha aperto nel 2024 la Casa dell’amicizia in via San Biagio dei Librai: oggi conta 650 iscritti, il 76% uomini, il 60% stranieri, in particolare cittadini di Marocco, Sri Lanka, Ucraina, Algeria e Romania. Colpisce l’aumento degli italiani. Storie, non numeri: come quella di Moussa, maliano. Aveva 29 anni e viveva sotto i portici di via Duomo. Nel 2024 lo sgombero, lui si sentì minacciato e picchiò un vigile, che rispose sparando. Un proiettile lo colpì: Moussa fu condannato a 10 anni di carcere. Non li sconterà perché ha iniziato a non mangiare più ed è morto, il 21 marzo 2025. Ma ci sono anche storie a lieto fine, come quella di Vasili, 33 anni, romeno: viveva in strada in via Marina, è stato ospitato alla Casa dell’Amicizia e oggi, operaio per una ditta di manutenzione autostradale, ha ricominciato a vivere. E allora, cosa serve? «Un ampliamento dell’accoglienza, con attenzione al cohousing e più strutturazione dei percorsi di uscita dalla strada. – dice Ferone – Va implementata la rete dei servizi, in particolare nel sociosanitario, per la presa in carico comune per dipendenze e malattia psichiatrica e servirebbero nuovi ospedali di comunità, per garantire dimissioni protette. E ancora: più bagni e docce pubblici». Ascolta Chiara Marciani, assessora alle Politiche Sociali del Comune di Napoli: «Sono in fase di collaudo diversi appartamenti diffusi confiscati alla criminalità e destinati, in città, ai senza fissa dimora. – dice – Lavoriamo a sperimentazioni con municipalità pilota per individuare buone pratiche». Non marginale la questione sanitaria: gli ospedali finiscono per accogliere senza fissa dimora per lunghi periodi, con costi alti e risposte inadeguate ai bisogni. «Chi vive in strada ha spesso patologie che richiedono strutture a bassa soglia, assistenza continuativa e servizi integrati», conferma Caterina Musella, referente del coordinamento delle attività sociosanitarie dell’Asl.

Fonte: https://napoli.repubblica.it/cronaca/2026/03/26/news/oltre_seimila_poveri_nell_area_metropolitana_una_guida_aiuta_i_senza_dimora_di_napoli-425246604/?rss

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