

Il Premio Nobel è uno dei riconoscimenti più prestigiosi al mondo. Quello che più di tutti riflette il sogno di Alfred Nobel è il premio per la Pace: assegnato a chi lavora per rendere il mondo un posto meno ingiusto (un posto migliore, ad oggi, suona troppo illusorio). È assegnato non dalla Svezia, ma dalla Norvegia, e negli anni ha visto nomi che hanno davvero lasciato il segno.
Certo, non sono mancate le polemiche — perché la pace, si sa, è un terreno scivoloso. C’è stato persino chi ha pensato di proporlo a Donald Trump: un’idea che stride non poco, soprattutto rispetto agli ultimi avvenimenti. Molto commovente è stato quando il Nobel per la Pace è andato a Malala Yousafzai, giovane pakistana che a soli 17 anni è diventata il simbolo del diritto all’istruzione per le bambine. Malala è nata il nel 1997 nella valle di Swat, Pakistan, da padre insegnante e dirigente scolastico: è cresciuta con l’idea che l’educazione fosse un diritto, non un lusso.
Quando le scuole delle ragazze nella sua zona vennero chiuse per ordine dei talebani, lei cominciò a parlare pubblicamente contro queste restrizioni, prima tramite discorsi locali e poi tramite un blog sotto pseudonimo, descrivendo la vita sotto la minaccia dei talebani. Un segno di speranza concreta, quasi tangibile, un modo per ricordarci che la pace non è uno slogan, ma una scelta quotidiana – e in quanto tale, va rivendicata ogni giorno.
Ma tra tutti, il Nobel per la Letteratura è forse quello che trovo più affascinante: celebra la forza delle parole che raccontano la complessità del mondo. L’ultimo a vincerlo è stato László Krasznahorkai, scrittore ungherese noto per i suoi romanzi visionari, in cui il caos del presente si mescola a una strana speranza, con una scrittura filosofica che lo ha portato a essere considerato uno dei più importanti scrittori contemporanei.
Nel 2020 il Premio Nobel per la Letteratura è andato a Louise Glück. Una storia editoriale non troppo lontana dalla nostra città. Innanzitutto, Louise è stata una poetessa americana tra le più intense della sua generazione. Bisogna continuare a credere che l’unicità della scrittura – ciò che la rende davvero preziosa – è la sua forza universale. Se le parole contassero ancora qualcosa non dovremmo ignorarle, ma difenderle. A farla scoprire al pubblico italiano è stata una piccola casa editrice napoletana, Dante & Descartes, fondata da Raimondo Di Maio.
L’incontro tra Glück e Napoli è avvenuto grazie a un’intuizione editoriale che sembra un piccolo miracolo: nel 2019 la casa editrice pubblica Averno, una delle sue raccolte. Il titolo richiama il lago di Averno, che nella mitologia classica era considerato una delle porte dell’Ade. Quando nel 2020 Louise Glück ha vinto il Nobel, Averno era già in catalogo, e in poche ore la piccola libreria si è trovata travolta dalle richieste.
Una dimostrazione che anche le piccole realtà editoriali, con mezzi limitati ma con una passione che resiste – soprattutto alla valanga di osterie che aprono alla velocità dalla luce con l’intento di ungere le pagine d’olio, fino a quando i residui della frittura non saranno più distinguibili dal giallore della pagina antica – possono fare un lavoro culturale enorme. Quella delle pagine che sopravvivono, dei piccoli editori napoletani che si fanno spazio, della magia delle luci delle lanterne di Port’Alba, è una grande forma di resistenza.
Ai flash degli smartphone dei turisti, sopravvive il profumo delle pagine antiche, delle pubblicazioni della libreria Langella, degli artigiani dei libri.
Un covo della fantasia dove i libri si pensano, si fanno, si stampano e si vendono. La pace per un mondo meno ingiusto si costruisce anche attraverso parole fatte di bellezze e ferite.


