
L’Autonomia differenziata gliela abbiamo bloccata almeno in parte. Il premierato lo hanno messo nel cassetto per come lo volevano all’inizio. Ed ora per sconfiggerli definitivamente dobbiamo bloccare questa riforma. La politica di questo governo, col No, è finita. Li mandiamo a casa e arriva un nuovo governo».
È un attacco frontale quello con cui il presidente della Regione Roberto Fico mette il sigillo alla chiusura napoletana della campagna per il No del Movimento 5 Stelle, trasformando il referendum sulla giustizia in un passaggio politico decisivo per la tenuta dell’esecutivo. Non solo una battaglia di merito, dunque, ma un voto che – nelle parole di Fico – può segnare «la fine» dell’attuale stagione di governo.
Il presidente – nella sala del Polo dello Shipping in via Depretis affollata di attivisti – insiste su un punto: questa non è, a suo giudizio, una riforma della giustizia capace di migliorare il funzionamento dei tribunali. «Non interviene sui tempi dei processi, sul personale, sulle strutture», ribadisce, definendola piuttosto «una riforma della magistratura che oggi non ha alcun senso mettere in atto, un progetto da sempre caro a Forza Italia e a Silvio Berlusconi».
Il cuore della critica resta la separazione dei poteri. «È la ragione fondante per votare No – spiega – perché una riforma del genere rischia di assoggettare il potere giudiziario all’esecutivo». Un passaggio che per i 5 Stelle assume un valore dirimente, tanto da essere collegato a una più ampia difesa dello Stato di diritto, anche in chiave internazionale. «Se non difendiamo il diritto qui, sarà più difficile difenderlo fuori dall’Italia», aggiunge Fico, evocando scenari globali in cui «le regole vengono sempre più spesso messe in discussione».
Accanto a lui, gli altri interventi rafforzano la linea. La senatrice Ada Lopreiato parla di «volontà di smantellare quanto conquistato dopo il fascismo», accusando il governo di intervenire sulla Costituzione per colpire l’autonomia della magistratura e il ruolo del Csm. «Non possiamo permettere passi indietro», avverte, sottolineando anche il ridotto spazio di discussione parlamentare.
Ancora più netto il giudizio del magistrato Federico Cafiero de Raho, ex procuratore nazionale antimafia, oggi deputato per il Movimento. Secondo Cafiero de Raho la riforma produrrebbe una magistratura «più timida», esposta al condizionamento della politica: «Non ci sarà più chi difende i diritti dei cittadini». «Quello giudiziario – afferma – è l’unico potere che ancora esercita un controllo di legalità. E con questa riforma si vuole sottrarre la politica proprio al controllo di legalità. Questo referendum è l’unico ostacolo che si frappone al governo che vuole la fine della democrazia». E aggiunge: «Questa è la riforma della casta, del governo che vuole accentrare nelle proprie mani ogni potere. Il potere legislativo è già assorbito nell’esecutivo, che manda al Parlamento norme che vengono approvate senza neanche dibattito. Ma attenzione alla concentrazione dei poteri, come durante il fascismo: quello che è stato 80 anni fa può tornare, molti dell’area di governo hanno ancora quella stessa fede e la statuetta del duce sulla scrivania». Una lettura che trova consenso in una platea ampia, composta anche da molti giovani, indicati dai relatori come tra i più attenti al tema dell’indipendenza della magistratura. Critico anche l’intervento della giuslavorista Giuliana Quattromini, che definisce la campagna della maggioranza «un boomerang», segnata da attacchi continui alle toghe e da un ricorso sistematico ai decreti. «Quando la politica entra nelle aule di giustizia – osserva – è la fine della democrazia».


