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Referendum, il No come scelta politica

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Potrebbe essere una grande celebrazione popolare, il giorno della festa della democrazia per gli ottant’anni della Repubblica, che cadono il 2 giugno. Oppure un anniversario triste, quasi una beffa, se proprio un governo postfascista, paradossalmente, potrà rivendicare di aver cambiato la Costituzione nata dalla lotta al nazifascismo. Chi sacrificò la vita per questo, si rivolterà nella tomba. E c’è da augurarsi che Napoli, città medaglia d’oro per le Quattro giornate, sappia dare un segnale forte nelle urne, facendo prevalere il No. Già si sente l’obiezione: è retorico invocare la Costituzione e i valori della Resistenza, non è la posta in gioco. Niente di più falso. È proprio questa la posta in gioco: la Costituzione, l’uguaglianza dei cittadini di fronte alla legge, compresi i potenti.

In tal senso, lascia perplessi la distinzione che, soprattutto a destra ma non solo, viene fatta tra il “merito” tecnico della riforma Nordio e lo scontro tra i partiti. Molti osservatori in apparenza neutri, a partire dagli eredi di Silvio Berlusconi, invitano a tenere distinti i due piani. La parola d’ordine è: non diamo valenza politica al voto del 22 e 23 marzo. Lo dice anche la presidente del Consiglio. Traendone una conclusione molto comoda, dal suo punto di vista: se vincerà il No, lei resterà in carica.

Mai come in questo caso, invece, il “merito” ha sostanza politica. Anzi, è un referendum tutto politico, strategico per il governo Meloni. In caso di sconfitta l’esecutivo, a cominciare dal ministro Nordio, dovrebbe trarne le conseguenze. Perché la riforma rientra in un più generale disegno di riassetto istituzionale della nostra democrazia. Con una evidente torsione verso l’accentramento dei poteri, anticamera dell’autoritarismo, in linea con una certa cultura politica di destra. Dopo la Costituzione, della quale vengono cambiati sette articoli senza che ci sia stato alcun emendamento in parlamento, il passo successivo sarà il premierato, con una legge elettorale che di fatto – se approvata – consegnerà la vittoria alla maggioranza in carica. E meno male che la Corte costituzionale ha bocciato l’Autonomia regionale differenziata, perché la devoluzione di funzioni non può disgregare l’unità nazionale.

Tutto questo messo insieme, non costituisce un preciso progetto integralmente politico perseguito dal governo? E per quale ragione si dovrebbe separare una parte dal tutto, parlando solo del “contenuto” come se il resto fosse ininfluente?

Altro che “neutralità tecnica” del referendum. Discutiamo pure della sostanza, consapevoli della sua valenza politica. Per la prima volta, in caso di vittoria del Sì, sarà alterato l’equilibrio tra poteri disposto dalla Costituzione: esiste un disegno istituzionale più esplicito e temibile di questo?

Autorevoli giuristi hanno spiegato i pericoli della “riforma Nordio”, approvata in tutta fretta dalla maggioranza senza una larga condivisione. Li riassumiamo. Il Csm, che garantisce autonomia e indipendenza della magistratura, “tripartito” in tre organi: due Csm (uno per i pm e l’altro per i giudici) e un’Alta Corte a cui sarà demandato il potere disciplinare. Come saranno composti i collegi giudicanti dell’Alta Corte? Chi garantisce, oggi, che non sarà una maggioranza di politici a decidere le sorti di un magistrato? Il sorteggio non è forse modulato in maniera differente tra magistrati e politici? Di quale separazione delle carriere si parla, visto che già c’è? È manifesto l’obiettivo di colpire la magistratura, ridimensionarla, condizionarla. In altre parole il vecchio programma di Berlusconi.

E sarebbe un’altra poderosa picconata al sistema, dopo le vergognose leggi elettorali che generano astensionismo, e il taglio netto al numero dei parlamentari, ridotti a meri esecutori senza alcun rapporto con il territorio. Verrebbe da dire: non mettete più le mani sulle regole del gioco, su meccanismi troppo complessi, fate solo danni.

Il referendum ha ben poco a che vedere con la crisi della giustizia, quella che molti italiani vivono ogni giorno sulla propria pelle: tempi infiniti dei procedimenti penali e civili, scarsità di personale e di risorse, lungaggini burocratiche. D’altro canto lo ha dichiarato lo stesso ministro Nordio.

È su questi temi invece che bisognava e bisognerà prima o poi incidere. Ecco il nodo della questione giustizia, insieme a una riforma complessiva della magistratura che avvenga all’interno dei confini costituzionali. Privilegiando il merito, le capacità, senza colpire il controllo di legalità su tutti, a cominciare dalla classe politica. In questo senso è necessaria una profonda riflessione critica anche da parte della magistratura. Qualsiasi sia l’esito referendario.

A partire dal rovinoso errore commesso soprattutto dopo le inchieste di Mani Pulite, i cui effetti ancora scontiamo e forse sono una delle ragioni profonde del referendum. Magistratura e politica vanne tenute ben distinte, è questo che volevano i padri costituzionali. Non si può colpire un sistema con le inchieste penali e poi proporsi di guidarlo in altra veste istituzionale. Pensiamo al caso di scuola di Antonio Di Pietro, oggi peraltro schierato con il Sì. Ma non è l’unico, tra i magistrati o gli ex. D’accordo, nessuna legge lo vieta. C’è il diritto all’elettorato passivo, con particolari limitazioni. È costante la ricerca di un equilibrio tra la libertà di pensiero dei giudici e il dovere di imparzialità. Eppure la separazione dei poteri andrebbe garantita sempre, da una parte e dall’altra, anche sul piano simbolico. È la lezione politica e di buonsenso che una vittoria del No – accanto alla fondamentale tutela della Costituzione – potrebbe offrire al Paese come materia di riflessione.

Fonte: https://napoli.repubblica.it/cronaca/2026/03/20/news/referendum_no_politica_voto-425233963/?rss

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