

Quest’anno ho capito che a cinquant’anni sei ufficialmente fuori dal mondo. Non per legge, per playlist. Accendo Sanremo e conosco tre nomi, forse quattro, se mi concentro. Gli altri mi guardano dal televisore con una sicurezza generazionale che mi mette quasi soggezione. Hanno milioni di follower, milioni di streaming, milioni di qualcosa. Io ho milioni di domande.
Durante la prima esibizione scrivo il nome del cantante su Google, il correttore lo cambia tre volte. Leggo: “artista rivelazione della scena urban – trap – electro – qualcosa”. Chiudo la scheda e mi sento mio nonno quando mi chiedeva: “Ma che musica è?”. Leggo i commenti sui social: analisi raffinatissime su strofe, flow, outfit, sottotesti. Io invece sto ancora cercando di capire se quella è una canzone o un messaggio vocale con sotto una base motivazionale. Non è disprezzo. È spaesamento. Mi sento antico come il cd masterizzato con scritto a mano sopra “Estate 2003”. Non spero nel vostro fallimento, anzi: vi auguro tutto il successo del mondo. Ma non vi capisco. Non capisco il lessico, l’estetica, non capisco l’urgenza, se di urgenza si può parlare. Mi sembra di ascoltare una lingua che assomiglia alla mia, ma con accenti spostati e parole amputate. Poi mi fermo e penso: ma era così anche per i miei nonni? Quando io ascoltavo Battiato, De Gregori, Vasco, loro avranno pensato la stessa cosa? “Non si capisce cosa dice”. “Non si capisce perché urla”. “Non si capisce perché sussurra”. Ogni generazione è convinta di aver vissuto l’ultima vera musica e di assistere poi a una mutazione incomprensibile. Forse non è decadimento, è distanza. Mi auguro di essere io il problema, e non il contrario. Fatto sta che mi aggiro in questo dibattito nazionale con la sensazione di essere entrato in una festa dove tutti conoscono tutti, tranne me. Ridono per battute che non colgo, si emozionano su riferimenti che mi sfuggono. Io annuisco, come si fa alle cene quando parlano di una serie che non hai visto. E continuo ad ascoltare le mie cose. Forse diventare adulti è anche questo: accettare che il centro si sposti e che tu non sia più lì, che il linguaggio cambi e che la musica parli a qualcuno che non sei tu.
Il mondo non è più tarato su di me. Forse perché, semplicemente, sono vecchio… come la musica elettronica.
Fonte: https://napoli.repubblica.it/cronaca/2026/03/01/news/sanremo_e_il_tempo_che_passa-425193435/?rss


