

Le Fiamme Gialle della Compagnia di Capua, sotto il coordinamento della Prefettura di Caserta, hanno sequestrato nel Comune di Pastorano un opificio di 1.200 metri quadrati contenente circa 170 tonnellate di rifiuti tessili, classificati come rifiuti speciali non pericolosi, insieme a rifiuti misti di materiale plastico e cartaceo. Lo rende noto un comunicato della Procura della Repubblica presso il Tribunale ordinario di Santa Maria Capua Vetere, firmato dal Procuratore Pierpaolo Bruni.
L’operazione rientra nei servizi finalizzati al contrasto dell’illecita gestione di rifiuti da parte delle filiere produttive a rischio nel territorio della cosiddetta “Terra dei Fuochi”. L’opificio era utilizzato come luogo di lavorazione e stoccaggio da una società di recente costituzione con sede a Somma Vesuviana, nel napoletano, esercente l’attività di commercio all’ingrosso di abbigliamento e accessori. L’intervento è scaturito da una segnalazione della Polizia Municipale di Pastorano.
All’interno del capannone i finanzieri hanno accertato la presenza di balle di indumenti usati provenienti dalla raccolta nei centri urbani, classificabili come rifiuti tessili in quanto mai sottoposti ai prescritti processi di selezione e igienizzazione. L’analisi della documentazione ha rivelato che la società operava senza le necessarie autorizzazioni ambientali per il trattamento dei rifiuti, pur avendo già avviato l’impianto di messa in riserva e recupero di rifiuti non pericolosi. Mancava anche il certificato di prevenzione incendi.
Il rappresentante legale, un trentenne originario del napoletano, è stato deferito per illecita gestione di rifiuti e per la mancanza del certificato antincendio. Il procedimento si trova nella fase delle indagini preliminari e l’indagato è da ritenersi innocente fino a sentenza definitiva.
Il sequestro dell’opificio di Pastorano non è un episodio isolato. È l’ennesimo tassello di un mosaico che le comunità dell’Agro Caleno conoscono fin troppo bene e contro il quale si battono da mesi con una delle mobilitazioni popolari più significative degli ultimi decenni nella provincia di Caserta.
Proprio Pastorano, il 9 luglio 2025, fu teatro di un devastante incendio presso lo stabilimento di un’azienda operante nel settore dello stoccaggio e riciclo di rifiuti in località Torre Lupara. Un rogo che richiese l’intervento di cinque squadre dei Vigili del Fuoco, comprese quelle giunte dai comandi di Avellino e Frosinone, e che generò una colonna di fumo nero visibile a chilometri di distanza, con i sindaci della zona costretti a invitare la popolazione a chiudere porte e finestre. L’Arpac dovette attivare il monitoraggio di diossine, furani e policlorobifenili dispersi nell’atmosfera. Un dettaglio inquietante: si trattava del quarto episodio simile in quello stesso sito industriale nell’arco di dieci anni.
Quell’incendio, insieme a quello ancor più devastante della discarica di Teano il 16 agosto successivo — un rogo tossico che richiese dodici giorni di lavoro per essere domato — ha dato una spinta decisiva alla nascita e alla crescita del movimento “Basta Impianti”, un movimento popolare, dal basso e trasversale, che si oppone alla proliferazione di insediamenti legati al ciclo dei rifiuti in un comprensorio già saturo ben oltre ogni limite di sostenibilità.
I numeri parlano chiaro. Nella sola Vitulazio, comune confinante con Pastorano, una mappatura effettuata dall’amministrazione comunale su richiesta proprio del movimento ha censito 17 impianti di trattamento rifiuti, di cui 15 attivi e 13 riconducibili al settore tessile. Dall’assemblea popolare di Pignataro Maggiore dell’agosto 2025 al grande corteo regionale del 27 settembre, dalla manifestazione di Vitulazio del dicembre scorso fino all’assemblea di Bellona e alle audizioni in Commissione Ambiente alla Camera dei deputati di poche settimane fa, il movimento non ha mai smesso di alzare la voce. E di contare i propri morti.
In ogni caso, questa non è solo una questione di autorizzazioni mancanti o di certificati antincendio. È la questione di un territorio dove, come denunciano gli attivisti, gli impianti si moltiplicano mentre i pronto soccorso chiudono, dove le comunità scientifiche continuano a documentare il nesso causale tra roghi tossici e patologie oncologiche, dove convivono la discarica intombata dell’ex Pozzi — definita una delle più grandi d’Europa — e decine di siti che spuntano come funghi, spesso in assenza delle più elementari garanzie di sicurezza.


