

Una comunità che non riesce ad evitare di muoversi tra l’omertà o la spettacolarizzazione del dolore, una ragazza vittima di stupro “che lotta per la verità, si batte per la giustizia, ma ogni incontro, dai quello con i poliziotti di quartiere a quelli con le giudici, finisce per rafforzare l’idea di una comunità in cui non c’è spazio né per la pietà né tanto meno per la giustizia stessa”, Antonio Latella presenta così il suo “Wonder Woman”, in scena per soli due giorni (ma con tre repliche), martedì e mercoledì, al Teatro Nuovo (spettacoli martedì alle ore 21, mercoledì alle ore 18 e alle ore 21, info 0814976267 email botteghino@teatronuovonapoli.it).
“Su questo palcoscenico, dal racconto di una violenza realmente accaduta, quattro attrici in scena attraversano una storia di giudizi, interrogatori e resistenza”, Latella ha scritto questo suo spettacolo insieme a Federico Bellini prendendo spunto da un fatto realmente accaduto nel 2015 ad Ancona dove una giovane ragazza peruviana subì una violenza di gruppo.
Prodotto da TPE – Teatro Piemonte Europa in collaborazione con Stabilemobile, il “Wonder Woman” di Latella vede in scena Maria Chiara Arrighini, Giulia Heathfield Di Renzi, Chiara Ferrara e Beatrice Verzotti, a loro il compito di raccontarci un itinerario penoso e di vergogna, “come la Wonder Woman dei fumetti infatti la giovane peruviana si batte per la giustizia, ma ogni incontro, dai poliziotti di quartiere alle giudici stesse, finisce per rafforzare l’idea di una comunità in cui non c’è spazio né per la pietà né tantomeno per la giustizia stessa” dice Latella ed aggiunge che questo suo Wonder Woman “è un flusso di parole senza interruzioni che corre, palpita e a volte quasi s’arresta come il cuore della ragazza, sottoposta a continui interrogatori, richieste, spiegazioni che la violenza subita non può rendere coerenti, logiche e senza contraddizioni”.
Lo spettatore dunque ne seguirà il percorso negli ottanta minuti di spettacolo, cercando di ricostruire non tanto quella violenza, ma di diventare documento capace di mostrare, come precisa Federico Bellini “i continui ostacoli affrontati dalla ragazza per cercare di affermare la propria verità, in un flusso di parole, spesso senza punteggiatura, che pare assecondare il ritmo, il battito cardiaco e il susseguirsi dei pensieri della giovane, sottoposta a interrogatori o richieste che sembrano non tener conto del trauma subito e del dolore provato”.
Come fosse un nastro registrato che si arresta e si riavvolge tornando al punto di partenza, la deposizione che si intreccia alla lettura della sentenza delle giudici, “accetta e raccoglie in sé anche le contraddizioni che caratterizzano ogni testimonianza, in un contesto sociale dove la ricerca della verità, più che promossa, pare piuttosto scoraggiata o strumentalizzata”.


