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Berlusconismo, lenta erosione della cultura

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Le “necessità” della cultura, richiamate da Sergio Locoratolo su queste colonne domenica 12 aprile, mi spingono ad alcune riflessioni sui guasti del berlusconismo, ulteriormente rifinite dopo l’iniziativa di venerdì e sabato dei S&D europei. Un tavolo di discussione, coordinato dalla consigliera regionale Francesca Amirante (e da Elisabetta Gambardella) ha trattato l’intreccio tra istruzione, cultura e lavoro, per rendere il Sud competitivo. E si sono gettate le basi per un ulteriore approfondimento.

Il berlusconismo non è stato solo una stagione politica, ma un dispositivo culturale capace di ridefinire priorità e linguaggi. Oggi, mentre se ne intravedono nuove forme (lo suggeriscono le recenti “incursioni” in Forza Italia, con atteggiamenti che indicano “chi comanda”, di Marina Berlusconi, e la convocazione del ministro Antonio Tajani a casa Berlusconi con Marina e Pier Silvio Berlusconi, e Gianni Letta), è utile tornare alle sue conseguenze su cultura, scuola e università.

Sul piano normativo, l’intervento è stato coerente. Con la ministra Letizia Moratti, la Legge 53/2003 introduce il “diritto-dovere all’istruzione”, ridefinisce i cicli e apre alla logica delle competenze e dell’alternanza. I decreti attuativi (59/2004 e 226/2005) delineano un sistema più flessibile ma segmentato, distinguendo tra istruzione liceale e formazione professionale: primo passo verso una scuola meno unitaria e più orientata al mercato.

Con Mariastella Gelmini, questo impianto si radicalizza. Il DL 112/2008 (Legge 133/2008) introduce tagli miliardari e riduzione del personale; il DL 137/2008 (Legge 169/2008) reintroduce maestro unico e voti numerici. I regolamenti 2009–2010 (DPR 87, 88, 89) completano il quadro: meno ore e indirizzi. La “razionalizzazione” coincide con contrazione dell’offerta e impoverimento dell’esperienza scolastica. Sull’università, la svolta arriva con la Legge 240/2010: governance accentrata, riduzione degli organi collegiali, ricercatori a tempo determinato, rafforzamento della valutazione quantitativa (Anvur). In parallelo, definanziamento e blocco del turnover riducono il personale e accentuano la competizione tra atenei, con effetti più pesanti nel Mezzogiorno.

Il filo è chiaro: dalla flessibilità alla compressione, dall’autonomia al controllo. Scuola e università non sono più luoghi di formazione critica, ma sistemi da rendere efficienti e compatibili con vincoli economici. Il Sud risulta penalizzato sul piano finanziario e normativo.

Questo processo si intreccia con una trasformazione culturale più ampia. Il berlusconismo ha contribuito a svalutare il sapere, diffondendo l’idea che la conoscenza e competenza siano secondarie rispetto a intuito e performance. Attraverso il sistema mediatico si è imposto un modello fondato su semplificazione, spettacolarizzazione e intrattenimento: il cittadino diventa spettatore, l’informazione perde profondità, la politica si adatta.

In questo contesto, il dibattito su un codice etico per i docenti sui social, evocato recentemente dal ministro Valditara, non è isolato. Le parole chiave (“sobrietà”, “decoro”) indicano una direzione: non più solo sanzionare abusi, ma definire conformità. Così, mentre si indebolisce il sapere, si regolano le persone. Il punto resta semplice: la scuola non è un servizio minimo, ma un presidio democratico. Ridurre la voce di chi insegna non rafforza l’istituzione, la indebolisce. Per questo il possibile ritorno di quel modello non è solo una questione politica: è il riemergere di un’idea in cui il sapere conta meno dell’audience e il comportamento più del pensiero. Avranno ricordato anche questo, i Berlusconi, a Tajani?

Le democrazie raramente crollano all’improvviso: più spesso si svuotano lentamente, fino a non sapersi più difendere.

Fonte: https://napoli.repubblica.it/cronaca/2026/04/15/news/berlusconismo_lenta_erosione_della_cultura-425285056/?rss

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