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Disabilità, appello alla Regione

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Il regista napoletano Davide Iodice è da anni un professionista impegnato e giustamente apprezzato, noto anche per il suo lavoro con ragazze e ragazzi con disabilità coinvolti in percorsi di formazione teatrale. Quando suo figlio — affetto da disabilità — si è iscritto all’Università di Bologna, Iodice ha scelto di seguirlo in Emilia. Nel giro di poche settimane ha ottenuto da Emilia Romagna Teatro uno spazio adeguato per i suoi progetti. Una vicenda personale che racconta, per contrasto, le gravissime carenze dei servizi per i giovani con sofferenza psichica a Napoli e in Campania.

Queste patologie colpiscono trasversalmente i ceti sociali: anche le famiglie di classe media o benestante si trovano a fronteggiare percorsi di cura difficili, preoccupate di garantire la migliore assistenza possibile e un futuro dignitoso per il cosiddetto dopo di noi. Ma chi conosce da vicino le famiglie pluriproblematiche — con fragilità economiche, bassa scolarizzazione, dipendenze o disturbi psichiatrici tra più componenti — sa bene che le stesse carenze diventano drammatiche per i giovani dei ceti popolari, intrappolati in forme di povertà multidimensionale da cui è quasi impossibile uscire.

I professionisti delle Asl fanno quello che possono, che però è poco e del tutto insufficiente: appuntamenti mensili, qualche terapia farmacologica di contenimento, rari inserimenti in servizi diurni territoriali. Questi ultimi sopravvivono grazie alla buona volontà di pochi enti del Terzo settore, costretti a reinventarsi ogni giorno nuove forme di raccolta fondi, ricorrendo spesso al pietismo invece che all’esigibilità dei diritti. Servizi a cui i disabili dei ceti più fragili accedono con enorme difficoltà.

L’Associazione Quartieri Spagnoli segue da circa vent’anni storie che raccontano tutto questo. Gianni, ragazzo con evidente sindrome psichica, figlio unico di una famiglia multiproblematica che abita in un basso, ha un’intelligenza viva: scrive nel telefonino soggetti per serie televisive di cui è appassionato. Si è diplomato, ha fatto tirocini, ha conquistato un contratto di lavoro a tempo indeterminato in un ristorante. Segue una terapia indicata dalla Asl e un percorso psicologico offerto dall’Associazione. Va peggio a Thomas, nato a Napoli da madre sudamericana, cameriera e separata: non riesce a trovare servizi adeguati per sostenere il percorso di cura e socializzazione del figlio diplomato, seguito dall’Associazione da oltre vent’anni e coinvolto anche in tirocini lavorativi. Poi c’è Mario che vive una condizione drammatica, diventando spesso anche violento verso i vicini che non hanno avuto alcuna risposta dalle molte denunce e richieste di aiuto che hanno rivolto ai servizi.

Tante storie. Tutte mostrano come questi giovani dei ceti più marginali rischino di incarnare il destino dei dispensabili – come li definisce Judith Butler – soggetti non riconosciuti come degni di protezione, «sovrannumerari, inutili al mondo», per dirla con Robert Castel. Un destino segnato non dalla loro condizione, ma dal modo in cui funzionano – o non funzionano – i servizi.

Mancano, nel frattempo, registri epidemiologici regionali aggiornati sul numero di persone con diagnosi di autismo a Napoli e in Campania: i dati disponibili segnalano una crescita costante del fenomeno e una disparità drammatica rispetto al Nord Italia.

Lo strumento più idoneo per affrontare questa emergenza esiste già: è il budget di salute, previsto in Campania dal 2012. Si tratta di un processo di capacitazione – il Progetto Terapeutico Riabilitativo Personalizzato – che integra risorse sanitarie, sociali, educative, economiche e relazionali, costruendo intorno alla persona e alla sua famiglia una presa in carico condivisa tra servizi pubblici, enti qualificati di terzo settore, imprese e comunità locale. Vengono finanziati progetti individualizzati – sartoriali, come si dice nel settore – orientati a massimizzare l’autonomia, la socializzazione e, dove possibile, l’inserimento lavorativo e abitativo modulato sulle singole condizioni. Un approccio che nel lungo periodo costa meno dell’istituzionalizzazione, la quale però continua a convenire a quella rete di organizzazioni che vive gestendo piccoli manicomi mascherati.

La nuova Giunta regionale ha avviato una riflessione su questa piaga sociale, grave e in crescita. È una strada obbligata e urgente: per non lasciare sole le famiglie che hanno risorse, e per non abbandonare all’inferno quelle che non ne hanno.

Fonte: https://napoli.repubblica.it/cronaca/2026/04/08/news/disabilita_appello_alla_regione-425270047/?rss

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