

La decisione della nuova giunta regionale di annullare in autotutela gli atti del precedente governo regionale, che miravano alla parziale privatizzazione delle grandi adduzioni idriche, potrebbe dare inizio a una nuova stagione nella governance dei servizi idrici, in una dimensione di gestione totalmente pubblica. Questo non per un astratto principio ideologico. È già in atto un profondo mutamento nel regime delle precipitazioni, dell’innevamento, degli apporti sorgentizi, dei livelli delle falde. Le priorità ora sono dettate dal Piano nazionale di interventi infrastrutturali e per la sicurezza del settore idrico. Non è più tempo di business as usual. Le priorità devono essere invertite. Non ci possiamo più permettere in Campania livelli di perdite medie del 53,5% (Napoli è al 33,7).
È necessaria, una netta discontinuità rispetto al percorso che si è delineato nell’ultimo decennio, a partire dall’approvazione della legge 15/2015 e dall’istituzione dell’Ente Idrico Campano (Eic). All’Ente sarebbe spettato, in forza dell’art. 149 bis del Testo unico dell’Ambiente, il compito di affidare il servizio idrico nel rispetto del principio di unicità della gestione per ciascun ambito territoriale ottimale. Il che significherebbe – coincidendo l’ambito con l’intera Regione – gestione unitaria sull’intera scala regionale. Si è scelto di frazionare la gestione in subambiti distrettuali. Nei 10 anni che ci separano dall’istituzione dell’EIC si è registrato:
– ulteriore spezzettamento degli ambiti distrettuali, tra i quali, secondo un’interpretazione “originale” dell’art. 147 del Tua, figura la sola città di Napoli;
– totale assenza di affidamenti definitivi dei servizi (l’eccezione è Gori nell’ambito distrettuale Sarnese-Vesuviano, ma l’affidamento risale al 2002 e precede ampiamente l’entrata in vigore della legge 15/15);
– mantenimento di situazioni di frammentazione delle gestioni palesemente contrarie al dettato legislativo (si considerino ad esempio i diversi soggetti gestori salvaguardati nel 2001 e ancora operanti – dopo un quarto di secolo – nell’unico ambito distrettuale “Sele”);
– conferma del tradizionale spezzettamento – su scala regionale – del servizio idrico integrato, tra il sistema delle grandi adduzioni (a gestione regionale), i segmenti della distribuzione e dell’allontanamento delle acque (in capo ancora a una miriade di gestioni), il segmento della depurazione (di nuovo, in larga parte, a gestione regionale).
Il proposito dichiarato dalla legge regionale 15/2015 di “conseguire una maggiore efficienza gestionale e una migliore qualità del servizio all’utenza” è ancora lontano dall’essere attuato, sia sul piano degli investimenti per l’efficientamento di reti e impianti e di riduzione delle perdite (qui va segnalata l’occasione perduta e irripetibile del Pnrr: nel più “problematico” ambito distrettuale Napoli nord – un milione di abitanti – non è arrivato un euro), sia su quello della governance dei sistemi idrici.
Mentre nessuno pone mano a un sistema aggiornato di gestione e controllo delle utenze. Il fatto che le tariffe riscosse in un comune importante come Giugliano non riescano neanche a compensare il costo dell’acqua fornita all’ingrosso dalla grande adduzione regionale la dice lunga su quanto le perdite contabili contribuiscano al raggiungimento di quei valori anomali (> 50%) che le statistiche attribuiscono alla Campania.
Qualcuno parla di un modello Campania affermatosi nell’ultimo decennio. Di un modello Campania si potrà davvero parlare se Eic e Regione si muoveranno a tappe forzate nella direzione di una riorganizzazione radicale del Servizio Idrico Integrato, finalmente nel rispetto:
– dell’esito referendario del 2011 sull’acqua pubblica;
– della legge quadro nazionale e del principio di unicità della gestione per ciascun ambito territoriale ottimale, quindi per il territorio regionale.
– della necessità di costruire un soggetto industriale pubblico, in house, paragonabile per fatturato ed efficienza, all’Acquedotto pugliese.
– della piena attuazione delle competenze della regione in materia di pianificazione (Prga, Prra etc.), non più appaltabili a soggetti come Sogesid che l’attuale governo ha trasformato in strutture di sottogoverno.


