

Con Kontinental ’25, Radu Jude firma una delle opere più mature della sua filmografia, confermandosi come una delle voci più libere, radicali e necessarie del cinema europeo contemporaneo. Fin dagli esordi il suo cinema ha interrogato la memoria, la storia e le contraddizioni della Romania postcomunista, per poi allargare lo sguardo alle ipocrisie dell’Occidente, al capitalismo, alla violenza invisibile delle istituzioni e alle responsabilità individuali. Film dopo film, Jude ha costruito un’opera coerente e profondamente politica, capace di unire rigore intellettuale, ironia feroce e una sorprendente vitalità cinematografica. Anche questa volta tutto nasce da un fatto apparentemente ordinario.
Una funzionaria esegue lo sfratto di un senzatetto che occupa lo scantinato di un edificio destinato a diventare un albergo. Il suicidio dell’uomo trasforma quell’atto burocratico in una ferita morale destinata a cambiare il suo sguardo sul mondo. Da quel momento il film diventa un viaggio nella coscienza, dove ogni incontro, ogni dialogo mette in discussione l’idea stessa di responsabilità. Girato con mezzi leggeri, il film possiede la libertà del documentario e la precisione del grande cinema di scrittura. Jude affida il racconto ai volti, ai dialoghi, agli incontri e agli spazi della città stracolma di palazzi in costruzione. Da questa semplicità nasce un cinema densissimo, capace di alternare umorismo nero e malinconia, riflessione filosofica e osservazione del quotidiano, senza mai perdere il contatto con la vita. Il richiamo a Europa ’51 di Rossellini è evidente, ma nel capolavoro del dopoguerra forse la coscienza cercava ancora una possibilità di redenzione, qui arriva invece quando tutto è già accaduto, imprigionata in una società che trasforma il dovere in alibi, la burocrazia in innocenza e il progresso in una macchina capace di cancellare gli ultimi senza accorgersene.
La forza di Kontinental ’25 è essere insieme un film intimissimo – a tratti folle e divertente – e una decisa riflessione politica sul nostro tempo. Un’opera rigorosa, inquieta e profondamente umana, che conferma Radu Jude come uno degli autori indispensabili del cinema contemporaneo.


