

Le barricate alzate dagli scugnizzi. Le istruzioni del professore di liceo Antonino Tarsia in Curia. I fucili imbracciati dai “femminielli”. E le rappresaglie di un ex detenuto che entrerà in contatto con i servizi segreti statunitensi, arruolandosi con il nome in codice di Corvo. Non furono solo “epica popolare” le Quattro giornate di Napoli, che sancirono la liberazione dall’oppressione nazifascista, la prima città in ordine cronologico a scacciare gli invasori con una insurrezione popolare.
In “Indomita”, Domenico Pennone – giornalista, esperto di comunicazione istituzionale, dal 2000 al 2024 a capo dell’ufficio stampa della Città metropolitana di Napoli – racconta, pagina per pagina, il coraggio di 1589 uomini e donne “che non si limitarono a reagire alla fame, ma scelsero di schierarsi”. Alla reazione di popolo si affiancò il ruolo di “molti professionisti, medici avvocati ingegneri”, che “contribuirono a creare una struttura organizzata e una guida della rivolta antifascista, ponendo le basi per la creazione della futura guida politica e amministrativa della città”.
Pennone recupera i verbali del Comitato di liberazione, le schede nominative del fondo Ricompart, i documenti della Commissione ministeriale per il riconoscimento partigiano: e cammina tra i grandi eventi con il passo del cronista. Scova nei fatti, illumina i protagonisti. Ci si imbatte nel racconto della resistenza per salvare il Ponte della Sanità, l’assalto all’armeria del Castel Sant’Elmo, l’insurrezione degli operai nelle strade di Napoli est guidati dal maggiore Francesco Casu, la trattativa per gli ostaggi nello stadio Collana con la ritirata dei tedeschi. “Non un esercizio nostalgico, ma un atto di cittadinanza”, scrive l‘autore. Che non può fare a meno di ricordare il sacrificio di Gennaro Capuozzo, 12 anni; Pasquale Formisano, 17 anni; Filippo Illuminato, 13 anni. Bambini uccisi da granate e fucili per aver combattuto. Finiranno nel conto delle vittime.
“La maggioranza dei fascisti – annota Pennone – soprattutto quelli che durante gli scontri si erano tenuti da parte, non subì alcuna conseguenza, anzi, molta di quella che era stata la classe dirigente collusa con il regime rimase al proprio posto. Il clima di rappacificazione fece in modo che a Napoli non ci fosse alcuna giustizia generalizzata. Fascisti sopravvissero nel tessuto sociale napoletano”. “Indomita” è l’essenza di una città sospesa da sempre nell’azione di ribellarsi. Era successo prima del 1943, potrebbe ripetersi. Nella consapevolezza che unirsi nel “rifiuto dell’esistente”, in nome di valori comuni, porterebbe di nuovo a vincere. E a scrivere la Storia.
Giannini
Domenico Pennone
Indomita. Le Quattro Giornate di Napoli
pagine 98
euro 6


